lunedì 23 febbraio 2026

Norimberga

Regia di James Vanderbilt. Un film con Russell Crowe, Rami Malek, Leo Woodall, John Slattery, Mark O'Brien. Cast completo Titolo originale: Nuremberg. Genere Drammatico, Storico, Thriller, - USA, 2025, durata 148 minuti. Uscita cinema giovedì 18 dicembre 2025 distribuito da Eagle Pictures.

All'indomani della Seconda guerra mondiale, mentre il mondo è ancora sconvolto dagli orrori dell'Olocausto, al tenente colonnello Douglas Kelley, psichiatra dell'esercito americano, viene affidato un incarico senza precedenti: valutare la sanità mentale di Hermann Göring, il famigerato ex braccio destro di Hitler, e di altri alti gerarchi nazisti. Allo stesso tempo, gli Alleati - guidati dal giudice Robert H. Jackson, affrontano l'impresa titanica di istituire un tribunale internazionale, per far sì che il regime nazista risponda dei propri crimini di fronte alla storia. Nel silenzio delle celle, Kelley ingaggia un intenso duello psicologico con Göring, uomo carismatico e manipolatore. Da quello scontro emerge una domanda che ancora oggi tormenta la coscienza del mondo: stavano eseguendo ordini, erano pazzi o semplicemente malvagi? Sul palcoscenico della storia si apre così il processo di Norimberga, un evento che ha cambiato per sempre la storia e l'umanità.

La 'mostruosa' interpretazione di Russell Crowe ipoteca l'intero film che però, appena distoglie lo sguardo da Hermann Göring, va fuori fuoco.

Tratto dal libro del 2013 di Jack El-Hai "The Nazi and the Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of Minds at the End of WWII", Norimberga mette appunto in scena il rapporto tra Hermann Göring e lo psichiatra dell'esercito statunitense il tenente colonnello Douglas Kelley. Un corpo a corpo intellettuale e umano che porta i due, drammaturgicamente, a piacersi ma, visto il tema, il film non può spingersi oltre come invece è accaduto in altri duelli cinematografici sul Male. Per esempio nel rapporto tra Clarice Starling e Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. A Rami Malek il compito di competere con Russel Crowe che riesce a costruire un personaggio che impersonifica il male in maniera molto umana. Anche il confronto attoriale vede vincitori e vinti, proprio come recita il titolo del bellissimo film di Stanley Kramer del 1961 dedicato a Norimberga (Judgment at Nuremberg) con l'interpretazione spaesata e fuori posto di Rami Malek che non può non arrendersi all'affermazione della figura di Russel Crowe, capace di dare una forma fisica espansa, che diventa sostanza, al Maresciallo del Reich, la figura un tempo più vicina a Hitler, poi caduto in disgrazia proprio perché temuto concorrente dal Fuhrer.

James Vanderbilt, sceneggiatore di Zodiac e regista, dieci anni fa, di Truth - Il prezzo della verità, si attiene al libro che ha trasporto sul grande schermo e non indaga questo aspetto interessante degli ultimi anni di Göring ma si concentra sull'allestimento del processo di Norimberga e sul tentativo degli americani di carpire una possibile linea difensiva dei gerarchi nazisti con l'aiuto di psichiatri, proprio come il dottor Douglas Kelley, e di psicologi come Gustave Gilbert che gli verrà affiancato. Appena però la narrazione si allontana da questi incontri a due, che sarebbero potuti diventare memorabili per il livello di introspezione, ecco che la drammaturgia perde d'interesse perché il film segue in maniera fin troppo classica la costruzione, teorica e fisica, del processo di Norimberga, con, ad esempio, il restauro dell'aula del tribunale e la preparazione dei detenuti illustri, trasformandosi poi in un dramma giudiziario in cui il ruolo del dottor Kelley acquista una marginalità dettata dalla storia e i protagonisti sulla scena diventano il Giudice Jackson, interpretato da Michael Shannon, e il giurista inglese David Maxwell Fyfe nei cui panni troviamo l'ottimo Richard E. Grant.

A questo punto il film diventa molto meno interessante, anche delle miniserie che all'inizio dei Duemila sono state realizzate come Il processo di Norimberga diretto Yves Simoneau (trasmessa in Italia nel 2022 da La7) e, soprattutto, quella documentaria della BBC Nuremberg: Nazis on Trial. Però il film cerca ovviamente di dialogare anche con l'oggi, con le domande senza risposta su come sia stato possibile raggiungere l'abisso della Shoah. In un'epoca, la nostra, in cui continuano altri genocidi, la responsabilità, anche nel diritto internazionale, dei crimini di guerra rende Norimberga un film che pone lo spettatore di fronte all'orrore con la riproposizione dei filmati girati dagli Alleati quando sono stati liberati i campi di concentramento. È una visione - sempre insostenibile ma da guardare con occhi ben aperti - oggi ancora più fondamentale perché ci stiamo allontanando da quegli anni e siamo anestetizzati da quelli odierni.(by MyMovies)

Finalmente il ritorno di un Russel Crowe come lo abbiamo conosciuto nei suoi migliori film... intenso e decisamente calato perfettamente nel personaggio. Mi è piaciuto molto anche il ruole di Rami Malek, che nonostante la sua giovane età è riuscito nella difficile impresa del 'buono' contro il 'cattivo'. Film storico che strizza l'occhio all'aspetto umano con le sue convinzioni, che quando sono errato, portano ad eventi veramente imprevedibili e nefasti.

 

Anastasia Il musical

Una produzione Broadway Italia e IMARTS
libretto di Terrence McNally
musiche di Stephen Flaherty
testi di Lynn Ahrens
traduzione e adattamento delle parole delle canzoni Franco Travaglio
parole delle canzoni del film d’animazione Ernesto Brancucci
regia di Federico Bellone

Dopo i ripetuti sold out registrati nei maggiori teatri italiani, che gli hanno valso il riconoscimento di Musical dell’anno, Anastasia il Musical farà tappa a Bologna.

La pièce, portata in scena da un cast straordinario e diretta dal regista Federico Bellone, coadiuvato da Chiara Vecchi, che ne cura anche le coreografie., ha saputo conquistare il cuore di un pubblico ampio e variegato, testimoniato dai numeri record raggiunti nelle principali città italiane. Particolarmente apprezzata sia dal pubblico che dalla critica l’interpretazione di Sofia Caselli, Anya sul palco in cui si intravede nel primo atto, una determinata, giovane donna alla ricerca della verità sulle proprie radici e sul suo passato; nel secondo una fiera nobildonna, dal portamento regale.  Con la magia della musica dal vivo diretta dal Maestro Giovanni Maria Lori, che dirige brani indimenticabili come Quando viene dicembre o Viaggio nel passato, Anastasia il Musical trasporta gli spettatori in un’epoca di sfarzo, mistero e passione per seguire le vicende di Anya, una giovane donna che potrebbe essere la Granduchessa Anastasia, l’unica sopravvissuta alla tragica fine della famiglia Romanov. Un’avvincente avventura, tra intrighi politici e colpi di scena, che riesce a creare una nuova vita ai personaggi della storia in un viaggio verso la verità e l’amore con un’emozionante colonna sonora composta da Stephen Flaherty e Lynn Ahrens.

La storia si ispira alla leggenda della Granduchessa Anastasia Nikolaevna di Russia. È il 1916 e da San Pietroburgo ha inizio l’incredibile avventura della principessa Anastasia, la giovane figlia di Nicola II, ultimo zar di Russia. Sono gli anni della Rivoluzione Russa che infuoca le piazze e gli animi del popolo e che segnerà presto la tragica fine delle atmosfere scintillanti delle feste di palazzo e dell’intera dinastia dei Romanov. Sopravvivono agli assalti l’imperatrice madre e la giovane nipote Anastasia. Qualche anno più tardi, ritroviamo Anya, ormai giovane donna senza famiglia né ricordi, pronta ad intraprendere il suo personale viaggio lontano dall’orfanotrofio in cui è cresciuta, sulla strada che la porterà a Parigi, verso il sogno di scoprire la propria identità e soprattutto verso l’amore. Lungo il suo viaggio, Anya incontra Dimitri ed il suo amico Vlad, due simpatici truffatori alla ricerca di una sosia della principessa da presentare all’imperatrice madre in cambio di 10.000 rubli; insieme si recano a Parigi per reclamare l’eredità che spetta di diritto alla principessa Anastasia. (by Teatro EuropAuditorium)

NON HO PAROLE!!! Lo vorrei rivedere subito almeno tre o quattro volte dietro fila è statto BELLISSIMO!!! Tutti bravissimi, anzi superbi ed anche le parti recitate sono state curate veramente bene... una MERAVIGLIA!!! 


 



 

Memories

Regia di Katsuhiro Ôtomo, Kôji Morimoto, Tensai Okamura. Un film Da vedere 1995 Genere Animazione, - Giappone, 1995, durata 113 minuti. Uscita cinema lunedì 12 gennaio 2026 distribuito da Adler Entertainment. - MYmonetro 3,50 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Katsuhiro Otomo sceglie tre delle sue storie brevi dalla raccolta "Memorie" (pubblicata nel 1982) e le adatta per il grande schermo. Memories, che ha compiuto 30 anni nel 2025, è un film animato a episodi, ovvero: Magnetic Rose (scritto insieme a un altro genio dell'animazione giapponese, Satoshi Kon), Stink Bomb e Cannon Fodder. Nel primo l'astronave Corona intercetta un segnale di soccorso e decide di intervenire. L'equipaggio arriva a una gigantesca stazione spaziale: una volta dentro, si scopre che è arredata come un palazzo nobile europeo, dimora di una cantante d'opera, Eva Friedel, vissuta molti anni prima. Nel secondo un tecnico di laboratorio, Nobuo Tanaka, diffonde involontariamente un'arma biologica. Nel terzo Otomo immagina una realtà in cui ogni attività è legata alla guerra verso un nemico non ben identificato.

Il maestro Katsuhiro Otomo, autore di Akira, 30 anni fa, tra armi batteriologiche e fantasie steampunk, ha predetto il futuro.

Distribuito in Italia negli anni '90 direttamente in home video, Memories arriva sul grande schermo grazie a Dynit e Adler Entertainment per la collana Animagine. Prodotto da Bandai Visual e animato dagli studi Madhouse e Studio 4°C, è l'occasione per godere dell'inesauribile immaginazione di un maestro dell'animazione come Katsuhiro Otomo, autore del capolavoro Akira.

Apparentemente slegati tra loro, i tre episodi che compongono il film hanno due cose in comune: la fusione tra sensi e memoria e la tendenza autodistruttiva del genere umano. In Magnetic Rose il passato della misteriosa cantante Eva Friedel si fonde con quello dei due ingegneri che salgono a bordo della stazione spaziale per salvarla. A metà tra 2001: Odissea nello spazio e Solaris (citati esplicitamente in più occasioni), questa space opera (l'aria "Un bel dì vedremo" della Madama Butterfly di Puccini viene usata come filo conduttore, diventando quasi un canto sinistro) mostra come le immagini possano mentire. Vivere nella nostalgia di un passato che non può tornare è uno dei più grandi inganni che la nostra mente possa farci.

In Stink Bomb invece il tecnico di laboratorio Nobuo Tanaka, per errore, prende un farmaco che in realtà è un'arma batteriologica: il suo corpo comincia a produrre un gas che uccide gli esseri umani attorno a lui, mentre fa fiorire le piante. A un certo punto qualcuno dirà: "È un autentico inferno in fiore": più ciliegi e girasoli sbocciano, più persone muoio. Il tono è quello della commedia grottesca, in cui si fa ironia anche sul rapporto delicato tra Giappone e Stati Uniti. Per uno scherzo beffardo del destino, sembra aver anticipato di anni la pandemia di COVID-19 del 2020. O forse è esattamente questo che fanno i grandi artisti: sanno vedere qualcosa che altri non riescono nemmeno a immaginare, finendo per prevedere il futuro.

Infine in Cannon Fodder, anche diretto dallo stesso Otomo, il suono martellante dei cannoni immagina una realtà fatta di polvere da sparo e metallo, in cui i bambini, fin da piccolissimi, vengono educati all'arte della guerra. "Spara, spara sempre, spara per la patria" viene detto in continuazione. Questo è il segmento in cui, anche visivamente, si sperimenta di più: lo stile di disegno diventa sempre più grezzo, finendo per fondersi con le figure scarabocchiate su carta dal giovanissimo protagonista.

Vista, olfatto, udito: tre sensi che dovrebbero farci comprendere meglio la realtà e invece possono essere facilmente manipolati. L'autore, già 30 anni fa, ha immaginato un futuro sempre più disumano, in cui la tecnologia ha preso il sopravvento. Nel 2025 Memories non soltanto è ancora un tesoro del cinema d'animazione, ma, tristemente, una fotografia perfetta del nostro presente. (by MyMovies)

Nonostante ami i film di animazione, questo film a episodi non mi ha convinto del tutto, troppo particolare per i miei gusti, amo le storie più veritiere, quelle che eventualmente ti fanno anche piangere per raccontano episodi drammatici e commoventi.

 

I ragazzi irresistibili

di Neil Simon
con Umberto Orsini e Franco Branciaroli e con Flavio Francucci, Sara Zoia, Giorgio Sales, Emanuela Saccardi 
regia Massimo Popolizio
traduzione Masolino D’Amico

la voce del regista televisivo è di Massimo Popolizio
scene Maurizio Balo’
costumi Gianluca Sbicca
luci Carlo Pediani
suono Alessandro Saviozzi

produzione Teatro de Gli Incamminati-Compagnia Orsini-Teatro Biondo Palermo
in collaborazione con CTB Centro Teatrale Bresciano
e con AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali e Comune di Fabriano

I due protagonisti della commedia di Neil Simon, giustamente giudicato uno dei maggiori scrittori americani degli ultimi cinquant’anni, sono due anziani attori di varietà che hanno lavorato in coppia per tutta la loro vita dando vita ad un duo diventato famoso come “I ragazzi irresistibili” e che, dopo essersi separati per insanabili incomprensioni, sono chiamati a riunirsi, undici anni dopo, in occasione di una trasmissione televisiva che li vuole insieme, per una sola sera, per celebrare la storia del glorioso varietà americano. In scena vediamo i due vecchi attori che, con le loro diverse personalità, cercano di ricucire quello strappo che li ha separati per tanti anni nel tentativo di ridare vita ad un numero comico che li ha resi famosi. Le incomprensioni antiche si ripresentano più radicate e questa difficile alchimia è il pretesto per un gioco di geniale comicità e di profonda melanconia. Certi scambi di battute e situazioni esilaranti sono fonte non solo di comicità ma anche di uno sguardo di profonda tenerezza per quel mondo del teatro che, quando vede i suoi protagonisti avviati sul viale del declino, mostra tutta la sua umana fragilità. Umberto Orsini e Franco Branciaroli si ritrovano insieme per ridare vita a questo testo, che in questi anni è diventato un classico, nel tentativo di cogliere tutto quello che lo rende più vicino al teatro di un Beckett (Finale di Partita) o addirittura a un Cechov (Il Canto del Cigno) piuttosto che a un lavoro di puro intrattenimento. In questo omaggio al mondo degli attori, alle loro piccole e deliziose manie e tragiche miserie, li affianca la regia di Massimo Popolizio che ritrova nei due protagonisti quei compagni di strada coi quali ha condiviso tante esperienze tra le più intense e significative del teatro di questi anni.

Ispirata alla vita di una famosa coppia di artisti del vaudeville, Joe Smith e Charles Dale, The Sunshine Boys di Neil Simon debuttò a Broadway nel 1972 con la regia di Alan Arkin. Numerosi e di grande successo nei decenni successivi gli allestimenti teatrali in tutto il mondo e, con la sceneggiatura dell’autore, pluripremiata la versione cinematografica del 1975 diretta da Herbert Ross, protagonisti Walter Matthau e George Burns. Del 1995 è la trasposizione per il piccolo schermo statunitense affidata a due stelle di prima grandezza: Woody Allen e Peter Falk. (by Teatro Comunale di Carpi)

Sono veramente due 'ragazzi' irresistibili, ad ogni battibecco che questi due 'mostri' del teatro si scambiano non si può fare a meno di pensare a quanto siano bravi, a come rappresentino l'essenza stessa del teatro. Ricordo le prime volte che andavo a teatro da adolescente con la scuola e capitava di vedere quel 'mostro sacro' di Orsini in qualche tragedia di Shakespeare... e già allora lo ammiravo tantissimo (contro corrente come sempre rispetto ai miei coetanei che lo consideravano 'barboso' e forse tutt'ora la pensano così!). Però vederlo ancora così presente a se stesso, così padrone del palcoscenico mi ha riempito il cuore, perchè quando il teatro è 'bello' è nutrimento per l'anima!!! 

Cantando sotto la pioggia (il musical)

Una produzione Fabrizio di Fiore Entertainment & FdF GAT
basato sul film de Metro-Goldwyn-Mayer, per gentile concessione di Warner Bros. Theatre Ventures, Inc.
musiche pubbliche da EMI, tutti i diritti amministrati da Sony/ATV Music Publishing LLC, coreografie originali del film di Gene Kelly e Stanley Donen
prodotto in collaborazione con Maurice Rosenfield, Lois F. Rosenfield e Cindy Pritzker, Inc.
in accordo con Music Theatre International www.mtishows.eu
libretto Betty Comden e Adolph Green
canzoni di Nacho Herb Brown e Arthur Freed
con Flora Canto Kathy Selden, Lorenzo Grilli Don Lockwood
e con la partecipazione di Martina Stella Lina Lamont
scene Italo Grassi
costumi Silvia Califano
direzione musicale Ivan Lazzara
traduzione liriche Luciano Cannito e Laura Galigani
regia, adattamenti e coreografie Luciano Cannito

Arriva al Teatro EuropAuditorium il 20 e 21 dicembre 2025 una nuova, scintillante edizione italiana di Cantando sotto la pioggia, prodotta da Fabrizio di Fiore Entertainment & FdF GAT. La regia, firmata da Luciano Cannito, fa rivivere tutta la magia, l’ironia e la leggerezza di uno dei musical più amati di sempre. Questa versione si distingue per un tono ancora più comico, divertente e gioioso, grazie all’adattamento dello stesso Cannito, che cura anche le coreografie.  Protagonisti d’eccezione sono Lorenzo Grilli, Flora Canto e Martina Stella, insieme ai talentuosi Vittorio Schiavone, Maurizio Semeraro e Sergio Mancinelli. A impreziosire ulteriormente lo spettacolo, le scene sono firmate dal maestro Italo Grassi e i costumi da Silvia Califano, figlia del grande cantautore, che dona al progetto uno stile unico ed elegante. La direzione musicale è affidata a Ivan Lazzara, mentre il disegno luci è curato dal visionario Valerio Tiberi: entrambi nomi di punta nel panorama dei grandi allestimenti internazionali. Il cast e l’ensemble sono stati selezionati tramite audizioni nazionali, garantendo un livello eccellente di talento vocale, danza e recitazione.  Una produzione coinvolgente e piena di energia, che porterà gli spettatori a cantare, ridere e sognare… magari proprio sotto la pioggia, che in scena il pubblico potrà ammirare scendere, come per magia… Tratto dall’omonimo film del 1952, il musical è ambientato nella Hollywood degli anni ‘20, durante la transizione dal cinema muto al sonoro. La storia segue Don Lockwood, una star del cinema muto, e il suo migliore amico Cosmo Brown nella realizzazione di un film parlato. Il problema principale nasce quando la vanitosa co-protagonista, Lina Lamont, si rivela inadatta al nuovo cinema sonoro per la sua voce stridula. Per salvare il loro film, Don e Cosmo convincono Kathy Selden, una giovane attrice di talento, a doppiare segretamente la voce di Lina. Dopo vari fraintendimenti e momenti esilaranti, la verità verrà a galla. (by Teatro EuropAuditorium)

Sebbene credo che sia la terza volta che vediamo questo musical, con tre compagnie diverse, è sempre una gioia rivederlo, soprattutto per scoprire se l'attrice che interpreta Lina Lamont sarà all'altezza delle aspettative. Martina Stella è stata una sorprendente Lina Lamont, mi è piaciuta davvero molto, ed il musical nella sua totalità è risultato all'altezza dei precedenti, e non era scontato... più gli spettacoli vengono riproposti, più si ha la possibilità di fare paragoni. 

Avatar Fuoco e Cenere

Regia di James Cameron. Un film Da vedere 2025 con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Oona Chaplin. Cast completo Titolo originale: Avatar: Fire and Ash. Genere Azione, Avventura, Drammatico, - USA, 2025, durata 195 minuti. Uscita cinema mercoledì 17 dicembre 2025 distribuito da Walt Disney.

Jake Sully e Neytiri stanno elaborando, ognuno a modo proprio, il lutto del figlio Neteyam. Jake allena se stesso e i figli a combattere, mentre Neytiri affronta un intenso periodo di lutto. Entrambi sono però convinti che Spider, il ragazzo umano adottato, debba tornare alla base clandestina dove vivono gli altri alleati umani dei Na'vi e dove si trovano container in cui può fare a meno della maschera. Nel viaggio verso la vecchia base, i Sully e la tribù nomade dei Windriders vengono attaccati dal feroce clan vulcanico dei Mangkwan, guidato dalla terribile Varang. Allo stesso tempo Quaritch cerca di catturare Sully, ma quando Kiri compie un miracolo, permettendo a Spider di respirare l'aria di Pandora, tutto cambia.

Ora il ragazzo è prezioso fino al punto da essere inestimabile, ma allo stesso tempo costituisce anche un terribile pericolo per i Na'vi: se gli umani potessero vivere su Pandora senza supporto senz'altro arriverebbero in massa per colonizzarla. Quaritch inoltre arma i Mangkwan con fucili automatici ed esplosivi, rendendoli terribilmente pericolosi per gli altri Na'vi.

Avatar - Fuoco e cenere conclude il dittico sequel di Avatar, inizialmente progettato da Cameron come un unico film. Lo spettacolo non manca, ma risulta ripetitivo.

Seppure ci siano interessanti novità, come il nuovo ruolo di Spider e soprattutto l'introduzione di una tribù che si allea agli umani, alla fine non si sfugge alle grandi battaglie tra Na'vi a cavallo di animali acquatici o aerei, armati di archi e lance, e umani con droni, esoscheletri e navi da guerra. Tutta una sottotrama è poi dedicata al tentativo del Tulkun Payakan, il cetaceo che aveva combattuto con i Na'vi nello scorso film, di convincere la sua pacifica specie a lottare. Ancora una volta risulta kitsch che questi cetacei comunichino con naturalezza con i Na'vi e soprattutto che la loro leader sia agghindata con piercing alle sopracciglia, che è impossibile immaginare siano stati prodotti dalla sua cultura, priva di pollici opponibili e pure di utensili.

Quando i Tulkun entrano in scena, il film si sposta in un territorio molto più vicino al fantasy che non alla fantascienza, del resto come già dicevamo nella trama è anche un capitolo dove si compiono miracoli. È sempre più chiaro il ruolo di eletta di Kiri, la figlia di Grace, il personaggio di Sigourney Weaver, nata dopo la sua morte e apparentemente senza padre. Kiri ha un contatto speciale con Eywa, la divinità dei Na'vi e spirito guida delle creature di Pandora.

Eiwa però è, per la prima volta, anche una divinità assente, che ha lasciato indietro i suoi figli delle regioni vulcaniche. Varang infatti dice che sono stati abbandonati a catastrofi naturali e per questo non crede in lei e ha sviluppato un tale rancore da portarla a preferire gli umani ai suoi simili. Nella sua figura si trova un'idea interessante, quella di raccontare l'effetto di armare i nemici dei propri nemici, rispecchiando l'aberrante comportamento dei colonizzatori e di chi combatte guerre sporche in paesi lontani, anche finendo per creare mostri - come notoriamente accaduto in Afghanistan.

Purtroppo questo punto non è davvero tematizzato e rimane un'eco della nostra Storia, leggibile solo a chi già la conosce, tanto più che qui non si tratta di una diabolica strategia dei vertici militari, quanto di un piano individuale del villain Quaritch, che il generale Frances Ardmore non vede di buon occhio. Anche sul fronte delle forze armate privatizzate il film perde dei colpi: se nel primo capitolo a comando di tutto c'era un manager della compagnia mineraria RDA, Selfridge, ora il suo potere è ridotto senza che sia stato sostituito. Una cosa bizzarra, perché non è così che funzionano le multinazionali e soprattutto perché a questo punto gli uomini della RDA sembrano più un esercito ufficiale anziché una società di contractor mercenari.

L'unico a essere spregiudicato quanto Quaritch è il baleniere che ha perso un braccio nel film precedente, Mick Scoresby, intenzionato a sterminare i Tulkun, quasi volesse vendicarsi della ferita subita come un novello capitano Achab. Né il personaggio, né l'attore, hanno però la statura necessaria e sono anzi ridotti quasi al livello di una caricatura.

Avatar: Fuoco e cenere dà del suo meglio sul fronte dell'azione, dove gli scontri si susseguono quasi costantemente, e dove si rende davvero giustizia al sottotitolo: la quantità di esplosioni e cose che bruciano è impressionante e il fuoco digitale non era mai stato così vivido e iperdefinito come in questo film. Ricordiamo infatti che Cameron si è avvalso, per alcune scene, di girato con un elevato numero di fotogrammi al secondo, che aumentano enormemente la definizione delle scene e la fluidità dei movimenti di macchina, con il rischio di creare un realismo eccessivo che può far risultare povero un set. Ma non è certo il caso dei sontuosi set virtuali di Avatar, lussureggianti nella natura quanto ricchi di movimenti di massa nelle scene di guerra. Peccato che le grandi battaglie, sempre girate con perfetta geometria da Cameron, siano tematicamente ognuna la fotocopia sbiadita della precedente.

Sebbene l'intento ecologista del regista sia nobile e di certo il suo mondo in fiamme abbia qualcosa da dire sul presente del nostro pianeta, sarebbe stato meglio che Avatar - La via dell'acqua e Avatar - Fuoco e cenere fossero rimasti un film solo, per sciogliere più agilmente un intreccio non così ispirato e anticipare le novità promesse dal prossimo capitolo. D'altra parte è possibilissimo che il botteghino dia, ancora una volta, ragione a James Cameron. (by MyMovies.it)

Sebbene la storia in se sia un po' deboluccia, Avatar rimane comunque un evento imperdibile per gli amanti dei film spettacolari da vedere assolutamente al cinema, che si scelga il 3D o, come abbiamo fatto noi, il Dolby Surround. Il mondo iper-colorato di Avatar rimane comunque uno dei più spettacolari, che si tratti di foresta, cielo o acqua, la cura dei dettagli e sempre sorprendente.

HARLEM GOSPEL CHOIR

The magic of Motown
The music of Marvin Gaye, Stevie Wonder & The Supreme

produzione International Music and Arts

Il celebre Harlem Gospel Choir torna a emozionare il pubblico italiano con un concerto energico e coinvolgente, in cui si fondono le radici del gospel con l’energia travolgente del soul ispirato alla leggendaria tradizione Motown. Da anni, il coro più famoso d’America porta in tutto il mondo un messaggio di amore, unità e ispirazione, toccando le corde più profonde dell’anima con voci che sollevano lo spirito e accendono il cuore. I loro brani sono un’esplosione di gioia, libertà e spiritualità. In questa nuova produzione, Harlem Gospel Choir rende omaggio a un’epoca d’oro della musica afroamericana, esaltando il contributo storico della Motown, l’etichetta che ha rivoluzionato il panorama musicale mondiale negli anni ’60 e che ha contribuito all'integrazione razziale attraverso un sound soul-pop unico e inconfondibile. Con 79 hit nella Top 10 Billboard in un solo decennio, la Motown ha segnato un’epoca e continua a ispirare generazioni di artisti e ascoltatori. Un concerto che è molto più di uno spettacolo: è una celebrazione dell’anima, della storia e della musica. Fondato nel 1986 da Allen Bailey, è formato dalle più raffinate voci e dai migliori musicisti delle Chiese Gospel di Harlem e di New York. L’Harlem Gospel Choir si batte da sempre, attraverso la propria musica, per creare una migliore comprensione della cultura Afro-Americana e della musica Gospel, cercando dunque di condividere i propri valori e i propri messaggi con migliaia di persone in tutto il mondo. Si è esibito accanto a superstar mondiali come Bono degli U2, Diana Ross, The Gorillaz, Andre Rieu e più recentemente con Sam Smith, Damon Albarn e Pharrel Williams. Sono l’unico coro gospel al mondo ad essersi esibito per due Papi (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), due Presidenti degli Stati Uniti d’America (Carter e Obama), la Famiglia Reale, Nelson Mandela, oltre ad avere registrato brani con artisti quali Sir Keith Richards, The Chieftains e Trace Adkins. Nel 2022 hanno girato le principali città mondiali con il tour “Harlem Gospel Choir sings Nina Simone”, mentre nel 2023 si sono esibiti con un nuovo progetto dal titolo “Celebrating 60 years of Whitney Houston”, un tour – tributo in occasione dei 60 anni dalla nascita della cantante. (by Teatro Comunale di Carpi)

Un appuntanmento immancabile sotto le feste di Natale, perchè non c'è niente che dona la giusta atmosfera come un coro gospel. 

Arrivano i Dunque

 

Alessandro Bergonzoni

(Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca)

Teatro Storchi

La comicità graffiante e gli accenti poetici di Alessandro Bergonzoni scavano nella complessità del presente per tentare di reinventare la realtà e costruire un futuro alternativo.

I tempi sono colmi, «Arrivano i Dunque». Da questa premessa l’autore e attore Alessandro Bergonzoni costruisce il suo nuovo allestimento, «un’asta dei pensieri dove cerco il miglior (s)offerente – scrive – per mettere all’incanto il verso delle cose: magari d’uccello o di poeta». In continuità con la sua ricerca artistica tra creatività e impegno sociale, questa pièce, pur nella sua impronta comica, vuole essere un tentativo di trovare una nuova cifra “bergonzoniana”: secondo l’artista è da cercare nella “C’realtà”, neologismo da lui stesso coniato che rivela la tensione morale di questo lavoro e, in generale, della sua personale ricerca. In uno spazio scenico multifunzionale viene ricostruita «una realtà che non solo non ci basta più ma che possiamo/dobbiamo reinventare giorno per giorno alla ricerca di un futuro di pace assoluta e definitivamente più accogliente fino alle soglie di nuove percezioni e di altri significati». (by Teatro Storchi)

Bisognerebbe vedere questo spettacolo almeno un paio di volte per poter apprezzare meglio tutte le battute che questo particolarissimo comico riesce a snocciolare ad una velocità impressionante, anche perchè molte di queste, sono tutt'altro che banali e con il loro cinismo portano lo spettatore a riflettere, magari dopo essere usciti dal teatro, mentre si fa ritorno a casa. Non tutte le sue 'punture' possono risultare condivisibili, ma è proprio qui che sta il bello, nell'ascoltare un pensiero espresso in modo pugente e senza filtri, che rende il tutto ancora più bello. 

La febbre del sabato sera (il musical)

Una produzione Compagnia della Rancia
basato sul film Paramount/RSO e sulla storia di Nik Cohn
adattato per il palcoscenico da Robert Stigwood in collaborazione con Bill Oakes
north American Version scritta da Sean Cercone e David Abbinanti
musiche e liriche originali Bee Gees
arrangiamenti e orchestrazioni David Abbinanti
traduzione e adattamento testo e liriche italiane Franco Travaglio
con Simone Sassudelli Tony Manero, Gaia Soprano Stephanie Mangano, Jessica Lorusso Annette, Natascia Fonzetti Dj Monty, Alice Grasso Candy
coreografie Chris Baldock 
direzione musicale Andrea Calandrini 
scene Lele Moreschi 
costumi Riccardo Sgaramella 
disegno luci Francesco Vignati 
disegno fonico Enrico Porcelli 
regia Mauro Simone 

La Febbre del Sabato Sera – il musical è presentato grazie a uno speciale accordo con Broadway Licensing Global Theatrical Ltd www.broadwaylicensing.co.uk

Dal 13 al 14 dicembre 2025, la Compagnia della Rancia porta in scena La febbre del sabato sera – Il musical al Teatro EuropAuditorium, su licenza di Broadway Licensing, ispirato al film Paramount/RSO del 1977 e alla storia di Nik Cohn che esplorava le nuove tendenze della vita notturna e della scena disco, adattato per il palcoscenico da Robert Stigwood in collaborazione con Bill Oakes (North American version scritta da Sean Cercone e David Abbinanti), con la coinvolgente colonna sonora dei Bee Gees e arrangiamenti e orchestrazioni di David Abbinanti. La regia di Mauro Simone, che prende spunto dalle inquadrature immersive del film e dall’indimenticabile piano-sequenza con un giovanissimo John Travolta, restituisce a teatro freschezza e attualità alla storia dell’italo-americano Tony Manero che ha segnato una generazione.

Sul palcoscenico, 21 performer danno vita alle leggendarie hit dei Bee Gees, da Stayin’ Alive e Night Fever a You should be dancing e How Deep Is Your Love, successi planetari della disco music e simboli della cultura degli anni Settanta. Il testo e le liriche di alcune canzoni sono stati tradotti da Franco Travaglio, mentre i brani che animano le scene ambientate alla 2001 Odissey vengono interpretati in inglese. (by Teatro EuropAuditorium)

Un bel musical, forse non il migliore che abbiamo visto, soprattutto a livello recitativo ed anche alcune canzonia parer mio, potevano essere interpretate meglio, ma nonostante questo lo spettacolo è stato sufficientemente godibile. 

Brokeback Mountain

BROKEBACK MOUNTAIN a play with music
con Edoardo Purgatori, Filippo Contri e Malika Ayane

dal racconto di Annie Proulx
musiche di Dan Gillespie Sells
regia e versione italiana Giancarlo Nicoletti

Live band
Marco Bosco (pianoforte), Paolo Ballardini (chitarre), Massimiliano Serafini (basso e contrabasso)

produzione Teatro Carcano, Altra Scena, Accademia Perduta Romagna Teatri, GF Entertainment
inserito nel circuito ATER Fondazione

Wyoming, 1963: un’America rurale di estrema povertà fatta di piccoli villaggi e popolata da sparute comunità retrograde. Quando i diciannovenni Ennis e Jack accettano un lavoro da pastori su una montagna isolata, le loro certezze di vita cambieranno per sempre, segnando le loro vite con un amore irrefrenabile e nascosto lungo vent’anni. Un’indimenticabile storia di amore, lotta e accettazione. Per la prima volta in Italia, e dopo il successo londinese, “Brokeback Mountain” - basato sul racconto di Annie Proulx e a vent’anni dal pluripremiato film omonimo - si trasforma in una sontuosa intima e spettacolare in cui i brani originali di Dan Gillespie Sells, interpretati da Malika Ayane e una live band, si intrecciano in modo indissolubile alla storia, tracciando paesaggi sconfinati e dando voce al tumultuoso mondo interiore dei due protagonisti. Nei ruoli protagonisti di Ennis e Jack, due giovani attori dal grande carisma e con solide esperienze alle spalle al cinema e in teatro: Edoardo Purgatori (“Diamanti”, “Siccità”) e Filippo Contri (“Vita da Carlo”). Un’esperienza coinvolgente e di forte impatto emotivo - che mescola teatro, musica dal vivo e cinema - per una storia d’amore universale e senza tempo, pronta ad appassionare e commuovere un’intera nuova generazione di spettatori con il potente messaggio che porta con sé e svelando emozioni e dettagli ancora inesplorati. Annie Proulx, autrice del racconto originale, ha definito “profondamente commovente” l’adattamento teatrale di Ashley Robinson che ha riscosso grande successo in Inghilterra. La storia di Jack ed Ennis ha conquistato il mondo del cinema nel 2005 con il film di Ang Lee “I segreti di Brokeback Mountain”, premiato con tre Oscar, un Leone d’Oro, quattro Golden Globe e quattro Bafta.

Portare Brokeback Mountain a teatro rappresenta per me un esercizio di sottrazione e di fiducia. Fiducia nella struttura narrativa del testo, nella potenza emotiva dei personaggi e soprattutto nella capacità del linguaggio teatrale – contaminato da altri codici espressivi – di restituire una storia che, pur ancorata a un preciso contesto geografico e temporale, possiede una portata universale ed è in grando di parlare in modo diretto, profondo, quasi istintivo, alla pancia e al cuore di chi guarda. L’impianto registico vuole fondarsi, allora, sull’idea che l’essenzialità possa essere, al contempo, valore drammaturgico e cifra stilistica: la storia di Ennis e Jack non ha bisogno di sovrastrutture, in quanto racconto lineare e profondo, che ci interroga su temi come l’identità, il desiderio, il tempo, la perdita. La volontà è di affidarsi pienamente alla qualità degli interpreti, alla direzione attoriale e alla forza espressiva della musica dal vivo, che diventa elemento drammaturgico centrale. Una musica che non accompagna, ma struttura, in grado di creare paesaggio, clima emotivo, respiro interno. La sfida è quella di pensare Brokeback Mountain non come una montagna, ma come un luogo dell’anima. Un dispositivo scenico, allora, al servizio della storia, che la reinventi con il mezzo teatrale, tenendo ben presente e dimenticando, allo stesso tempo, la fortunata versione cinematografica. Una messinscena aperta e ibrida, in cui l’intreccio tra linguaggio teatrale e musicale e l’uso di videocamere dal vivo sia in grado di moltiplicare i piani di lettura, restituendo gli occhi di un’intimità possibile, entrando nei dettagli, nei gesti più piccoli, in una dimensione quasi “invisibile” che il teatro a volte fatica a cogliere. Uno spazio scenico lontano da ricostruzioni naturalistiche, ma che possa trasformarsi in luogo evocativo, attraversabile, in grado di mutare e accogliere la dimensione emotiva della narrazione. La “vastità” dei luoghi – così centrale nel racconto originale – viene allora affidata alla musica, ai giochi di luce, alla suggestione teatral – cinematografica, in uno spazio in costante trasformazione, che si dilata e contrae, facendosi intimo o aprendosi all’orizzonte, in relazione diretta con ciò che accade tra i corpi in scena. Nessun confine tra interno ed esterno, tra paesaggio e spazio mentale: tutto deve essere potenzialmente permeabile e interconnesso. Nel desiderio, infine, di portare in scena un lavoro che indaghi la relazione tra intimità e distanza, tra spazio privato e spazio sociale, tra ciò che è visibile e ciò che resta celato; un’esperienza di cui il pubblico non sia solo spettatore, ma parte del processo emotivo, interrogandosi su ciò che resta, che non si dice, che si perde o che si conserva dentro. Non uno spettacolo “sul” desiderio, ma che “del” desiderio restituisca la vibrazione, il movimento, la presenza silenziosa; lasciando che, per un momento, ciò che accade in scena risuoni come qualcosa di familiare, pur se lontano. Come una montagna, appunto, che non si può dimenticare.
Giancarlo Nicoletti (by Teatro Comunale di Carpi)

Spettacolo molto bello, intenso e ben interpretato dai due protagonisti. L'accompagnamento musicale di Malika con la sua raffinatezza lo ha semploicemente impreziosito dando più enfasi ai momenti cruciali di questa storia d'amore combattuta. 

Vastelli di rabbia

 

Ambientato in un altrove ottocentesco chiamato Quinnipak, Castelli di rabbia di Alessandro Baricco è un intreccio di storie d’amore, sogni e invenzioni visionarie.  Il lavoro di regia e di adattamento pone l’accento sulla musicalità del testo: «Alla fin fine – dichiara Baricco – quel che consegno al lettore è un’idea di tempo, di pause, di respiri, di velocità». Il romanzo fonde suoni, vite e destini, mentre riecheggiano Dickens, Charles Ives, il genio dell’architetto Horeau e l’anima di una locomotiva di nome Elisabeth. 
Un lavoro corale con attori-cantanti (un cast di giovani attrici e attori di grande talento, affiancati dagli interpreti del Dramma Italiano di Fiume
) che eseguiranno in scena le struggenti partiture vocali del compositore Bruno De Franceschi, coadiuvato nella sua ricerca da Andrea Cauduro. Il progetto sonoro realizzato da Gup Alcaro darà spazialità e ambiente a voci e suoni. Una favola crepuscolare e pirotecnica carica di stupore e ironia «dove – afferma il regista – a trionfare sulla vita è, amaramente, l’immaginazione». (by Teatro Storchi di Modena)

lunedì 1 dicembre 2025

Se scorre il sangue

di Stephen King 

«Dulcis in fundo grazie a voi, miei fedeli lettori, per avermi accompagnato ancora una volta.» (Stephen King). Ci sono diversi modi di dire, quando si parla di notizie, e sono tutti leggendari: «Sbatti il mostro in prima pagina», «Fa più notizia Uomo morde cane che Cane morde uomo» e naturalmente «Se scorre il sangue, si vende». Nel racconto di King che dà il titolo a questa raccolta, è una bomba alla Albert Macready Middle School a garantire i titoli cubitali delle prime pagine e le cruente immagini di apertura dei telegiornali. Tra i milioni di spettatori inorriditi davanti allo schermo, però, ce n'è una che coglie una nota stonata. Holly Gibney, l'investigatrice che ha già avuto esperienze ai confini della realtà con Mr Mercedes e con l'Outsider, osserva la scena del crimine e si rende conto che qualcosa non va, che il primo inviato sul luogo della strage ha qualcosa di sbagliato. Inizia così "Se scorre il sangue", sequel indipendente del bestseller "The Outsider", protagonista la formidabile Holly nel suo primo caso da solista. Ma il lungo racconto dedicato alla detective preferita di King (come scrive lui stesso nella sua nota finale) è solo uno dei quattro che compongono la raccolta. Da "Il telefono del signor Harrigan", dove vita e tecnologia si intrecciano in modo inusuale, a "La vita di Chuck", ispirato a un cartellone pubblicitario, fino a "Ratto" - che gioca con la natura stessa del talento di uno scrittore - le storie di questa raccolta sono sorprendenti, fuori dagli schemi, a volte sentimentali, forse anche fuori dal tempo. In una parola, sublimemente kinghiane. (by Amazon.it)

Quattro racconti molto diversi tra loro, ma che ricordano altri romanzi di questo autore, tranne "La vita di Chuck" che è il motivo principale per cui ho deciso di leggere questa raccolta, dopo aver visto il film tratto da questo racconto. Il "Ratto" mi ha ricordato moltissimo "Shining", anche se, per fortuna non finisce nello stesso modo. Comunque la figura dello scrittore in difficoltà è chiaramente un personaggio che gli sta a cuore, forse ogni tanto anche un maestro come lui ha dei momenti bui, nonostante non si direbbe data la sua costante creatività. Di King rimango fedele al mio pensiero, preferisco i romanzi ai racconti, perchè sul più bello questi finiscono... 

lunedì 3 novembre 2025

Vito - L'altezza delle lasagne

Una produzione Cronopios Srl
di Francesco Freyrie e Andrea Zalone
assistenza drammaturgica e regia Daniele Sala
assistente Mattia Angiola
concept fotografico Giovanni Bortolani

Il mondo della cucina con tutte le sue mistificazioni, ossessioni e derive è il fil rouge de L’altezza delle lasagne. Vito, attore comico da sempre appassionato gourmand e conduttore di seguitissime trasmissioni di cucina – tra cui “Vito con i suoi” su Gambero Rosso Channel – affronta con ironia e un pizzico di cattiveria un tema che gli è particolarmente caro: il cibo. Con la comicità che lo contraddistingue, l’attore prende di mira tutte le manie e gli eccessi che oggi connotano l’argomento, dalla scelta delle materie prime ai ristoranti, passando per allergie, intolleranze, diete e mode alimentari.

Uno spettacolo “politicamente scorretto” in cui chiunque si sentirà “preso in mezzo” e in qualche modo coinvolto. La morale? Resta sempre la stessa: l’amore! Cucinare con amore, per chi si ama (compresi se stessi), amando l’ambiente che ci circonda, senza sprechi né eccessi. (dal sito del Teatro delle Celebrazioni)

I monologhi di Vito sono sempre spassosi, come si suol dire... 'ne ha per tutti'!!! Non gli va mai bene nulla ed è quello il bello, perchè tra tutte le sue critiche c'è sempre qualcosa di vero e che difficilmente non condividi!!! L'altezza delle lasagne si riferisce ad un evento che coinvolge suo padre, bravissimo cuoco, che alla domanda di quanti strati devono essere fatte le lasagne, lui risponde con fermezza 7 e quando gli chiedono il perchè... con una sincerità disarmante risponde semplicemente che quelli sono gli strati che stanno nell'altezza del suo stampo! e come dargli torto... 😀 

Voto: 8 

Dracula - l'amore perduto

Regia di Luc Besson. Un film Da vedere 2025 con Caleb Landry Jones, Christoph Waltz, Zoë Bleu Sidel, Guillaume De Tonquedec. Cast completo Titolo originale: DRACULA: A LOVE TALE. Genere Fantasy, Horror, - Francia, 2025, durata 129 minuti. Uscita cinema mercoledì 29 ottobre 2025 distribuito da Lucky Red

Transilvania, XV secolo. Il principe Vladimir, dopo la perdita improvvisa della moglie, rinnega Dio, ereditando così una maledizione eterna: diventare un vampiro. Condannato a vagare nei secoli, sfida il destino e la morte stessa, guidato da un'unica speranza: ritrovare l'amore perduto.

È quasi incredibile la portata del mito di Dracula che solo quest'anno ha prodotto tre film, oltre a quello seriosissimo di Robert Eggers, c'è il gioco scherzoso di Radu Jude e ora il circo sfavillante di Luc Besson.

Al centro sempre lo stesso romanzo di Bram Stoker capace di sedurre, tra gli altri, Browning, Dreyer, Murnau, Herzog, Badham, Morrissey, Argento e Coppola. Proprio a quest'ultimo, filologicamente intitolato Dracula di Bram Stoker, sembra apertamente guardare Luc Besson. Con lui condivide la disperata vitalità del personaggio del conte Dracula capace di attendere 400 anni per rivedere l'unica donna che ama (come biasimarlo visto che è Zoë Bleu a interpretare Elisabeta/Mina?). Su questo fulcro narrativo che dà il titolo al film, in parte alla versione italiana (Dracula - L'amore perduto) e totalmente a quella internazionale (Dracula: A Love Tale), il regista fa girare (e Danny Elfman musica simpaticamente) il suo caleidoscopio di colori, di costumi, di scenografie così eccessivi da diventare kitsch mentre invece sono l'unico modo che Besson conosce per rapportarsi al pubblico.

Besson gira un fantasy senza ricorrere a tutti gli elementi fantastici del romanzo che fa trasformare il suo protagonista a volte in un pipistrello o in un licantropo o in nebbia. Qui invece è l'utilizzo del profumo (elemento sempre pericoloso come sappiamo bene da Profumo - Storia di un assassino d Tom Tykwer) a diventare il lasciapassare temporale di Nosferatu. Ma forse il vero riferimento, almeno nella prima lunga parte del film, è a Per favore, non mordermi sul collo! di Roman Polanski per l'aspetto ironico, ai limiti del demenziale, con cui il regista dissacra il mostro sacro qui molto umano e poco interessato al morso.

Besson scambia la Parigi della Belle Époque con Londra, anima i gargoyle con una CGI che sembra copiare le caramelle gommose, dà un ruolo centrale al prete esorcista interpretato da Christoph Waltz (che purtroppo fa, ancora una volta, Christoph Waltz), s'inventa il personaggio di Maria con Matilda De Angelis dalla lingua vorticosa - più catvampire o più Carmilla? - per distanziarla plasticamente dal tradizionale personaggio di Rendflield e, soprattutto, concede al suo nuovo attore feticcio, Caleb Landry Jones, la possibilità di avvicinarsi all'inarrivabile Gary Oldman di Coppola con quell'ambiguità attoriale che ti può sorprendere, sconvolgendoti, da un momento all'altro.

Ma qui di sorprese, alla fine, ce ne sono poche. Ricapitolando, c'è la commedia quasi demenziale, c'è il film in costume con deriva quasi musical, c'è il meló quasi strappalacrime ma - ohibò! - a mancare quasi del tutto è proprio l'horror. Besson depotenzia consapevolmente questo aspetto non certo secondario nella storia delle rappresentazioni di Nosferatu. Ma lo fa con un senso dello spettacolo sempre alto e vorticoso che però ti fa sorgere spontanea ogni volta quella domandina un po' retorica: ma non sarà che tutto questo guazzabuglio è solo, ancora una volta, un mezzo di distrazione della mdp da un certo vuoto pneumatico? (by MyMovies)

Come ha detto Matilda De Angelis come prima frase, prima della proiezione del film, questo non è un Horror, è una 'favola noir'. Una bellissima favola, con un protagonista di cui, a mio avviso, sentiremo spesso parlare! Già mi aveva impressionato in 'Dog Man', nelle vesti di Dracula è stato stupefacente. La nostra Matilda è risultata molto convincente, ancora una volta si è immersa completamente nel suo personaggio interpretandolo al meglio. Meno convincente, almeno per me, la protagonista femminile, la moglie di Dracula, quella sua delicatezza e sottommissione poco si sposano con la leonessa delle prime scene del film... ma capisco che nel frattempo sono passati 400 anni e la reincarnazione di una persona non può essere identica all'originale, fosse anche per il tempo storico differente.

Voto: 7 

La vita va così

Regia di Riccardo Milani. Un film Da vedere 2025 con Virginia Raffaele, Diego Abatantuono, Aldo Baglio, Giuseppe Ignazio Loi. Cast completo Genere Commedia, - Italia, 2025, durata 118 minuti. Uscita cinema giovedì 23 ottobre 2025 distribuito da PiperFilm, Medusa.

1999. Efisio Mulas vive in una casa sul magnifico mare della Sardegna del Sud, pascolando le sue mucche sulla spiaggia. Sua moglie e sua figlia Francesca si sono trasferite nel paese vicino, Bellesamanna, ma lui non abbandona quella dimora fatiscente che era di suo padre e di suo nonno. E non lo fa nemmeno quando un gruppo immobiliare milanese, che vuole costruire un resort a cinque stelle ecosostenibile proprio lungo quel tratto di costa, gli offre una cifra consistente per andarsene. Gli abitanti di Bellesamanna hanno già ceduto alle lusinghe del gruppo immobiliare, anche perché è stata promessa loro l'assunzione (in ruoli ancillari, naturalmente) nel futuro resort, ma lui ripete che "casa sua non ha prezzo". Dunque l'amministratore delegato del gruppo immobiliare manda sul posto il suo fidato capocantiere, Mariano "il palermitano", per convincere Efisio a cedere. E Francesca si ritrova in mezzo fra la solidarietà verso il padre (e la terra di Sardegna) e l'ostilità della sua comunità.

La vita va così segue una falsariga simile a quella del recente successo di Riccardo Milani Un mondo a parte.

La fotografia di una zona d'Italia isolata (qui letteralmente, trattandosi di un'isola), che deve fare i conti con la necessità di adeguarsi alle esigenze del presente e l'opposta volontà di rimanere fedeli alle proprie radici.

Ultimamente una storia simile a quella di La vita va così (peraltro basato su una vicenda reale) è stata raccontata dal drammatico Anna di Marco Amenta e dal comico-romantico Paradiso in vendita di Luca Barbareschi. Qui la declinazione è prevalentemente di commedia, facendo leva anche su qualche accenno stereotipato (come già in Un mondo a parte), ma si sente un genuino amore per la Sardegna e la sua gente, lo stesso che ha portato il calciatore Gigi Riva (protagonista del bel documentario di Milani Nel nostro cielo un rombo di tuono) a farne la sua terra di adozione.

A Riva Milani, regista e coautore della sceneggiatura con Michele Astori, dedica il suo film, e non sono poche le frecciate agli speculatori edilizi che hanno massacrato la Sardegna, comprando terreni meravigliosi per un pezzo di pane da pastori che non ne sapevano valutare il valore commerciale. Non sappiamo come i sardi accoglieranno il ritratto di una popolazione che "aspetta sempre che venga qualcuno da fuori a risolvere i problemi" e che privilegia le esigenze lavorative (la stessa Francesca fa la receptionist in un resort a 5 stelle) a scapito della tutela del proprio territorio, e a fronte della collocazione permanente in un ruolo subalterno a quel "Nord operoso" che "la ricchezza la porta a casa sua, non a lascia in Sardegna".

Milani è però attento a rappresentare le ragioni di tutti senza svilire la preoccupazione economica dei paesani, e riproducendo un conflitto reale non dissimile da quello che si è creato a Taranto con l'ILVA: se a Taranto la scelta è fra lavoro e salute, qui è fra lavoro e bellezza/tradizione. "Ci hanno messo l'uno contro l'altro", dirà Efisio, che vede le cose con atavica lucidità e saggezza. E la sua determinazione a combattere per oltre un decennio nell'intento di mantenere la proprietà della sua casa e il privilegio di pascolare le mucche su una delle più belle spiagge sarde è l'ennesima lotta di Davide contro Golia.

Virginia Raffaele, esportata da Un mondo a parte, tenta un accento locale ma nelle prime scene ricorda soprattutto Veronica Pivetti, e anche Aldo Baglio nel ruolo di Mariano sembra fuori parte, più che fuori luogo. Per contro Ignazio Giuseppe Loi è centratissimo e irresistibile nei panni granitici di Efisio, e Geppy Cucciari ha un cammeo che davvero sintetizza la dignità delle donne di Sardegna. Il resto del cast è composto da attori e non attori sardi, che compaiono insieme in una scena corale ai titoli di coda, accompagnata dalla musica ostinata e straziante di Moses Concas.

C'è qualche lungaggine di troppo, ma la vicenda è paradigmatica, ed è molto pregnante il tema del tempo che nobilita alcuni e corrompe irrimediabilmente altri, lasciando un'eredità positiva o negativa ai figli (cioè al futuro). Milani veicola bene il desiderio di tutti di "rientrare a casa", e la consapevolezza che molti, la propria "casa", l'hanno ceduta al miglior offerente per poi rimpiangerla per sempre.(by MyMovies)

Nonostante non sia un'amante dei film italiani, questo regista ultimamemte tratta argomenti molto seri con la leggerezza di una commedia, rendendo il tutto armonioso e godibile. Io riporto sempre la recensione di MyMovies, ma raramente sono in accordo con chi scrive questi articoli e credo che tutto sommato sia corretto, io non sono un critico cinematografico, tengo traccia delle mie passioni, tra le quali c'è anche il cinema e quello che sento è quello che scrivo nei miei post. Per me questo film è un vero gioiellino, con protagonisti bravi e centrati... 'tutti' per quanto mi riguarda, a partire da Virginia che a mio parere ha interpretato benissimo il ruolo di figlia, perchè stare al fianco di un genitore ostinato ed avere la pazienza di comprendere le motivazioni che lo spingono ad un determinato comportamento non è facile. Aldo come dipendente che cerca fino in fondo di fare il proprio dovere, alla fine rinuncia al lavoro perchè capisce da che parte è giusto stare, e questo è un atto di coraggio! Abatantuono, nel suo cinismo da imprenditore senza scrupoli ha fatto tutte le mosse che il potere dei soldi poteva fare e nelle parole dure ma vere che gli rivolge la figlia si percepisce quanto sia semplice a volte pensare che chi ha il denaro è nella posizione di comprare quasiasi cosa! Per ultimo ho lasciato il protagonista indiscusso di questo film, il pastore Efisio che con la sua dignità è stato sempre fedele al suo pensiero, senza farsi comprare da niente e da nessuno... chi di noi avrebbe il coraggio di rifiutare tutti quei soldi? eppure quella era la sua casa, la sua vita e con tutti quei soldi, un altro posto uguale comunque non lo avrebbe trovato perchè la propria casa è senza prezzo...

Voto: 10 

 

After the hunt - dopo la caccia

Regia di Luca Guadagnino. Un film Da vedere 2025 con Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield, Michael Stuhlbarg, Chloë Sevigny. Cast completo Titolo originale: After the Hunt. Genere Thriller, Drammatico, - USA, Italia, 2025, durata 139 minuti. Uscita cinema giovedì 16 ottobre 2025 distribuito da Eagle Pictures.

Alma Himoff insegna Filosofia all'università di Yale, dove sta per ottenere la tanto attesa cattedra. È stimata da tutti, in particolare l'assistente Hank e la dottoranda Maggie, che si contendono le sue attenzioni lanciandosi reciproche frecciatine: il quarantenne Hank definisce la ventenne Maggie rigida come tutta la sua generazione, e la ragazza lo invita a non... generalizzare. Ogni tanto Alma si piega in due dal dolore, ma non ne fa cenno al marito Frederick, che la accudisce amorevolmente ma la definisce impenetrabile, per non dire insensibile. Quando Maggie si presenta a casa della professoressa raccontandole di essere stata molestata da Hank, Alma si trova fra due fuochi; da un lato l'empatia verso la studentessa e la propria nomea di paladina delle donne, dall'altro la volontà di concedere al suo assistente il beneficio del dubbio. Un metronomo ticchetta, marcando l'imminenza karmica dei destini di questo pugno di esseri umani nell'era del #metoo e della political correctness.

Luca Guadagnino, da sempre attento alle leggi del desiderio, racconta attraverso la sceneggiatura di After the Hunt (firmata dalla giovane autrice Nora Garrett) un mondo in cui "nessuno è più libero di seguire i propri impulsi senza paura di essere rimproverato".

Un universo spietato scisso draconianamente fra opposti, nella radicalizzazione binaria della società contemporanea - libertà di azione e responsabilità pubblica e privata; pluralità di informazioni e superficialità culturale; giustizia riparativa e vendetta; correttezza e legittimità. Il clima nelle università americane messo in mostra da Guadagnino è un campo minato in cui ognuno rischia di mettere il piede in fallo dicendo la cosa sbagliata o adottando un comportamento discutibile.

L'ambiguità è la cifra del cinema di Guadagnino, e caratterizza tanto questa storia quando ognuno dei suoi personaggi. Così Alma appare integerrima ma ha un segreto da nascondere; Maggie è fragile ma anche invadente e manipolatrice (il che non rende di per sé la sua testimonianza meno valida); Hank è arrogante ma si atteggia anche a vittima in quanto maschio bianco etero e cisgender; e Frederick è accuditivo ma anche passivo-aggressivo nei confronti della moglie.

Tutti camminano sulle uova, eppure tutti sembrano ignorare le ovvie conseguenze dei propri atti impulsivi, si direbbe commessi apposta per rompere la superficie di correttezza imposta dalla contemporaneità, seguendo una compulsione interiore a farsi beccare in castagna. E Guadagnino accende coraggiosamente un riflettore su un argomento scomodo e divisivo accettando di mostrarne le ombre.

I personaggi di After the Hunt si muovono sul crinale incerto fra verità e percezione, tutti si sentono a disagio nell'epoca in cui si pensa che essere mantenuti a proprio agio sia un diritto, e in cui i più giovani rifiutano di ingoiare rospi come facevano le generazioni precedenti (dimostrando spesso più carattere).

Guadagnino non si sbilancia mai nel definire ciò che è giusto e ciò che non lo è, non rivela nemmeno ciò che è vero, falso o semplicemente verosimile, lasciandoci con tante domande e ben poche risposte. Il regista gestisce ancora con un certo impaccio questa materia incandescente e rischia l'eccessiva verbosità, ma non si tira indietro dal buttarcisi in tempo reale. E quel che appare chiaro è che una società "costruita su classificazioni esatte" non è la sua idea di paradiso. Julia Roberts nei panni di Alma Imhoff si muove con decrescente sicumera attraverso una casa piena di ombre, ma è Ayo Edebiri (Maggie) ad incarnare al meglio l'enigmaticità cara al regista. Ad Andrew Garfield tocca il ruolo un po' urticante di Hank, che si ribella alla perdita di quel privilegio atavico a lui negato dalla modernità. I dialoghi fra loro sono match di stoccate reciproche, sottolineati da musiche (sempre del duo Trent Reznor & Atticus Ross) a volte hitchcokiane, a volte semplicemente discordanti, a sottolineare la cacofonia fra le opposte visioni della realtà contemporanee.

Più che un racconto morale, After the Hunt
è una stesa di carte che invita gli spettatori a prendere in mano quelle per loro più rilevanti, non necessariamente scegliendo da che parte stare. E scansa (di misura) il pericolo di delegittimare le donne che denunciano un abuso richiamando gli uomini alla presa in carico dei loro comportamenti aggressivi e della disparità nella loro posizione di potere. (by MyMovies)

Cosa dire di questo film? forse non l'ho capito fino in fondo, e non perchè l'ho visto in lingua originale, ma perchè ha voluto parlare di un aspetto molto spinosa della nostra convivenza sociale, dove le azioni e le parole sono molto importanti, al punto che la realtà non risulta pienamente comprensibile. Non mi è piaciuto nemmeno come è stato girato questo film, troppo lento per i miei gusti...

Voto: 5 

 

La tomba delle lucciole

Regia di Isao Takahata. Un film Da vedere 1988 con Tsutomu Tatsumi, Ayano Shiraishi, Yoshiko Shinohara, Akemi Yamaguchi, Corrado Conforti. Cast completo Titolo originale: Hotaru no haka. Genere Animazione, - Giappone, 1988, durata 90 minuti.

Kobe, 1945. Seita e la piccola Setsuko vivono con la madre, mentre il Giappone sta perdendo la guerra e gli americani bombardano sempre più frequentemente l'isola. Durante un raid aereo il napalm devasta il loro quartiere e la madre dei ragazzi soccombe. I due trovano rifugio presso la zia paterna, ma ben presto le risorse limitate hanno la meglio sullo spirito di misericordia di quest'ultima. Seita sceglie di andarsene e porta con sé Setsuko in un rifugio abbandonato, che trasforma in una rudimentale nuova dimora. Ma nonostante la guerra stia per finire, la s carsità di cibo a disposizione si fa sempre più grave.

Alla fine degli anni Ottanta lo Studio Ghibli, all'apice creativo, vede i suoi due autori principali cimentarsi con opere destinate a rimanere impresse in maniera indelebile nella memoria del pubblico.

Proprio quando Miyazaki Hayao sta lavorando alla più gioiosa e genuinamente infantile tra le storie Ghibli, Il mio vicino Totoro, Takahata Isao realizza l'opera più tragica dell'epopea dello Studio, se non del cinema di animazione nel suo complesso.

Adattando il romanzo semi-autobiografico di Nosaka Akiyuki, autore distrutto dal senso di colpa per aver perso la sorella minore nel Giappone del 1945, Takahata, con enorme coraggio, rigore e sobrietà, trasforma quella vicenda in un film di animazione. Il conflitto che si genera tra la naïveté con cui sono ritratti i personaggi - occhi smisuratamente grandi e bocche dall'estensione impossibile, come è tipico negli anime giapponesi - e il crudo realismo della narrazione è solo uno degli elementi che rendono unico La tomba delle lucciole.

La grazia propria dello Studio Ghibli nel ritrarre i gesti infantili e i giochi di due fratelli, immortalati nella loro preziosa innocenza, contrasta violentemente con la tragedia che li circonda. Che è tale, ancor più che per la guerra e la sua devastazione, per l'impatto di questa sull'animo umano: la società che affronta i bombardamenti americani e la lenta ricostruzione successiva ha smarrito ogni residuo di pietà e di altruismo, in una squallida logica di cane-mangia-cane che non si ferma nemmeno di fronte a due orfani abbandonati. Takahata trova il modo, attraverso l'animazione, di resuscitare gli spettri che furono del neorealismo italiano, elevando il suo grido di dolore inascoltato.

La scelta di rendere palese immediatamente la sorte del protagonista elimina la possibilità di un ottimistico riscatto e riduce ogni speranza al minimo. Il pubblico è quindi preparato al peggio, ma questo non rende meno straziante il viaggio a ritroso e la riflessione su quel che avrebbe potuto essere, acuita da un epilogo in cui gli spettri di Seita e Setsuko guardano la metropoli: è proprio in questa scena che emerge l'atto d'accusa di Takahata verso un Giappone che ha costruito la propria nuova ricchezza anche su ingiustizie come quella che ha privato i due ragazzi della loro infanzia prima, e della loro vita poi. La crudezza di scene come quella in cui Seita assiste alla cremazione della madre, ricoperta di bende e divorata dai vermi, seguita dalla lenta - la pazienza con cui Takahata mette in scena il dolore, come in una tortura medievale, lo rende ancor più insostenibile - discesa verso l'inevitabile, fa di La tomba delle lucciole una visione forse poco adatta a dei bambini, contrariamente a quanto comunemente inteso per il cinema di animazione.

L'intento educativo del romanzo di Nosaka e del film di Takahata - ovvero di imparare dagli errori commessi da Seita per orgoglio e incapacità di accettare una nuova, orribile, realtà - quasi sparisce di fronte all'impetuoso effluvio di lacrime per una situazione a cui si può solo assistere come spettatori impotenti. Tutto è già successo, tutto è trapassato, in un'opera esemplare tanto come manifesto contro la guerra - sullo stile di Ichikawa Kon - che come lezione morale sulla natura umana. Uno struggente capolavoro, destinato a lavorare internamen te e a lungo nello spettatore, accompagnandolo nella vita come un ricordo doloroso, come un monito tanto crudele quanto prezioso. (by MyMovies)

Amo i film di animazione e questo è stato molto bello, ma immensamente triste!!! Una ingiustizia profonda pervade tutto il film, una rabbia sale nell'animo dello spettatore che, pur comprendendo la veridicità della storia raccontata, vorrebbe che le cose fossero andate diversamente, che quei due ragazzini alla fine fossero sopravvissuti a quella situazione così avversa. La piccolina è un concentrato di vita ed amore nei confronti del mondo che la circonda che ha come punto di riferimento il suo coraggioso fratellone. Mentre quest'ultimo ha provato fino alla fine a non darla vinta alla vita che li voleva annientare, ma tutto era più grande di lui ed alla fine ha dovuto soccombere.. La vita va così, direbbero i cinici... è sicuramente vero, ma i bambini andrebbero sempre e comunque protetti, anche in situazioni così tragiche!

Voto: 7