Visualizzazione post con etichetta Film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Film. Mostra tutti i post

giovedì 18 giugno 2026

Disclosure Day

Regia di Steven Spielberg. Un film Da vedere 2026 con Emily Blunt, Josh O'Connor, Colin Firth, Eve Hewson, Colman Domingo. Cast completo Genere Fantascienza, Drammatico, - USA, 2026, durata 145 minuti. Uscita cinema mercoledì 10 giugno 2026 distribuito da Universal Pictures.

Mentre il mondo è sull'orlo del collasso per una serie di crisi geopolitiche, in particolare nella penisola coreana, Daniel Keller è braccato dagli agenti di una misteriosa organizzazione guidata dallo spietato Noah. Vogliono recuperare ciò che lui ha rubato e impedirgli di diffondere le informazioni ottenute grazie alle sue straordinarie capacità informatiche. Nel frattempo Margaret Fairchild, volto delle previsioni meteo di Kansas City ma aspirante conduttrice, viene avvicinata da un uccellino, un cardinale rosso, e inizia a manifestare inspiegabili capacità linguistiche: prima parla russo, poi coreano, lingue che non ha mai studiato. Soprattutto, riesce a vedere nel cuore delle persone ed empatizzare con loro al punto da convincerle a non ostacolarla. I due sono destinati a incontrarsi, almeno secondo Hugo, che li sostiene insieme a un gruppo di ribelli fuoriusciti dall'agenzia di Noah.

Avvolto in fase promozionale da fitto mistero, Disclosure Day è una sorta di rivisitazione in chiave moderna e thriller di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Spielberg torna al cinema di fantascienza, da cui mancava dal 2018 di Ready Player One, ma questa volta non immagina mondi virtuali, anzi sceglie un'ambientazione molto vicina al nostro presente, una sorta di versione esasperata dell'oggi. Affiancato dallo sceneggiatore David Koepp e dal fidato musicista John Williams, qui davvero in ottima forma, attacca in medias res: Disclosure Day si apre su Keller che assiste a un incontro di wrestling, circondato da agenti nemici. Vogliono l'artefatto alieno e i dati che ha sottratto e non solo lo minacciano con le pistole, ma hanno pure rapito la sua ragazza Jane. Keller si confronta immediatamente con Noah e mostra subito anche l'artefatto alieno di cui lascia capire i poteri. Così, in pochi minuti, il quadro è già chiaro, la posta in gioco altissima, la tensione alle stelle. I due naturalmente riusciranno a fuggire, ma saranno braccati per larghissima parte del film, anche grazie all'uso di tecnologia aliena da parte di Noah.

Il ruolo di Jane non è quello di una semplice spalla romantica, non solo ha un peso dal punto di vista del meccanismo narrativo, ma soprattutto sul fronte etico e filosofico. Ex suora che ha perso la vocazione, ritrova la sorella Maura, ancora salda nella fede in Dio e nell'uomo. Il film pone un dilemma: la rivelazione dell'esistenza di esseri provenienti da altri mondi, dotati di capacità superiori, provocherebbe un crollo delle religioni? Sorella Maura ribatte citando la Genesi: Dio ha fatto dell'uomo il signore della Terra, non dell'intero universo.

La questione della fiducia nello spirito umano è centrale anche nei poteri alieni che vengono conferiti a Margaret, la quale appare a chi la ostacola come una moglie perduta, un padre, una figlia, risultando - dirà un personaggio - inarrestabile. Qui però arrivano i problemi del film: se per tre quarti domina una tesa caccia all'uomo, l'ultimo atto vira verso un miracolo collettivo, dove alla paura e allo sconcerto per la rivelazione sugli extraterrestri è invece preferita una reazione positiva, empatica, anche da parte di conduttori televisivi e pubblico, che assistono alle varie tragedie e persino torture subite agli alieni sulla Terra. Disclosure Day sceglie volutamente in questo senso un immaginario poco innovativo: gli alieni sono i classici "grigi" e il primo contatto è collocato a Roswell, quasi a legittimare le storie più note di avvistamenti e rapimenti. Siamo molto lontani dalle idee più affascinanti e innovative proposte da film come Arrival.

Se pur il finale diventa verboso e piuttosto scontato, persino stucchevole nei suoi buoni sentimenti, il regista dimostra ancora una volta il pieno controllo della messa in scena: la macchina da presa è fluida, ricca di piani sequenza e riprese impressionanti negli abitacoli delle auto. Tra le sequenze più sorprendenti spicca una fuga che culmina in uno scontro con un treno e in una sparatoria in movimento, degna di un action coreano. Il ritmo del montaggio, per tutta la parte thriller, conferma che siamo di fronte a un maestro della tensione. (by MyMovies)

Uno dei film più belli di questo 2026, non ci sarebbe nient'altro da dire, ma in realtà questo è un film che fa molto riflettere, che riesce ad essere estremamente realistico. Senza voler parlare dell'argomento in sè, della presenza di alieni, il fatto di vivere nell'ignoranza è un argomento che mi colpisce molto. Sono molto convinta che ci vengano tenute nascoste molte cose, mi sento trattata come un burattino in molte occasioni e so benissimo di essere un burattino che non ha nessuno strumento per modificare la direzione di qualsiasi avvenimento possa accadere, soprattutto a livello politico. Il fatto che una rivelazione così importante possa distogliere l'attenzione da un'imminente terza guerra mondiale, mi da un pizzico di speranza, voglio credere che ci sia un sentimento collettivo che ci unisca nel comprendere cosa è giusto e cosa è sbagliato e che certi segreti non andrebbere mai tenuti nascosti, nemmeno se si pensa che possano risultare sconvolgenti. Ci vuole un pizzico di fiducia in più nel genere umano, so che spesso abbiamo dimostrato di non meritare tale fiducia, ma tutto sommato, ogn'uno di noi è in grado di comprendere cosa è giusto e cosa non lo è!

Voto: 10 

 

lunedì 23 febbraio 2026

Norimberga

Regia di James Vanderbilt. Un film con Russell Crowe, Rami Malek, Leo Woodall, John Slattery, Mark O'Brien. Cast completo Titolo originale: Nuremberg. Genere Drammatico, Storico, Thriller, - USA, 2025, durata 148 minuti. Uscita cinema giovedì 18 dicembre 2025 distribuito da Eagle Pictures.

All'indomani della Seconda guerra mondiale, mentre il mondo è ancora sconvolto dagli orrori dell'Olocausto, al tenente colonnello Douglas Kelley, psichiatra dell'esercito americano, viene affidato un incarico senza precedenti: valutare la sanità mentale di Hermann Göring, il famigerato ex braccio destro di Hitler, e di altri alti gerarchi nazisti. Allo stesso tempo, gli Alleati - guidati dal giudice Robert H. Jackson, affrontano l'impresa titanica di istituire un tribunale internazionale, per far sì che il regime nazista risponda dei propri crimini di fronte alla storia. Nel silenzio delle celle, Kelley ingaggia un intenso duello psicologico con Göring, uomo carismatico e manipolatore. Da quello scontro emerge una domanda che ancora oggi tormenta la coscienza del mondo: stavano eseguendo ordini, erano pazzi o semplicemente malvagi? Sul palcoscenico della storia si apre così il processo di Norimberga, un evento che ha cambiato per sempre la storia e l'umanità.

La 'mostruosa' interpretazione di Russell Crowe ipoteca l'intero film che però, appena distoglie lo sguardo da Hermann Göring, va fuori fuoco.

Tratto dal libro del 2013 di Jack El-Hai "The Nazi and the Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of Minds at the End of WWII", Norimberga mette appunto in scena il rapporto tra Hermann Göring e lo psichiatra dell'esercito statunitense il tenente colonnello Douglas Kelley. Un corpo a corpo intellettuale e umano che porta i due, drammaturgicamente, a piacersi ma, visto il tema, il film non può spingersi oltre come invece è accaduto in altri duelli cinematografici sul Male. Per esempio nel rapporto tra Clarice Starling e Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. A Rami Malek il compito di competere con Russel Crowe che riesce a costruire un personaggio che impersonifica il male in maniera molto umana. Anche il confronto attoriale vede vincitori e vinti, proprio come recita il titolo del bellissimo film di Stanley Kramer del 1961 dedicato a Norimberga (Judgment at Nuremberg) con l'interpretazione spaesata e fuori posto di Rami Malek che non può non arrendersi all'affermazione della figura di Russel Crowe, capace di dare una forma fisica espansa, che diventa sostanza, al Maresciallo del Reich, la figura un tempo più vicina a Hitler, poi caduto in disgrazia proprio perché temuto concorrente dal Fuhrer.

James Vanderbilt, sceneggiatore di Zodiac e regista, dieci anni fa, di Truth - Il prezzo della verità, si attiene al libro che ha trasporto sul grande schermo e non indaga questo aspetto interessante degli ultimi anni di Göring ma si concentra sull'allestimento del processo di Norimberga e sul tentativo degli americani di carpire una possibile linea difensiva dei gerarchi nazisti con l'aiuto di psichiatri, proprio come il dottor Douglas Kelley, e di psicologi come Gustave Gilbert che gli verrà affiancato. Appena però la narrazione si allontana da questi incontri a due, che sarebbero potuti diventare memorabili per il livello di introspezione, ecco che la drammaturgia perde d'interesse perché il film segue in maniera fin troppo classica la costruzione, teorica e fisica, del processo di Norimberga, con, ad esempio, il restauro dell'aula del tribunale e la preparazione dei detenuti illustri, trasformandosi poi in un dramma giudiziario in cui il ruolo del dottor Kelley acquista una marginalità dettata dalla storia e i protagonisti sulla scena diventano il Giudice Jackson, interpretato da Michael Shannon, e il giurista inglese David Maxwell Fyfe nei cui panni troviamo l'ottimo Richard E. Grant.

A questo punto il film diventa molto meno interessante, anche delle miniserie che all'inizio dei Duemila sono state realizzate come Il processo di Norimberga diretto Yves Simoneau (trasmessa in Italia nel 2022 da La7) e, soprattutto, quella documentaria della BBC Nuremberg: Nazis on Trial. Però il film cerca ovviamente di dialogare anche con l'oggi, con le domande senza risposta su come sia stato possibile raggiungere l'abisso della Shoah. In un'epoca, la nostra, in cui continuano altri genocidi, la responsabilità, anche nel diritto internazionale, dei crimini di guerra rende Norimberga un film che pone lo spettatore di fronte all'orrore con la riproposizione dei filmati girati dagli Alleati quando sono stati liberati i campi di concentramento. È una visione - sempre insostenibile ma da guardare con occhi ben aperti - oggi ancora più fondamentale perché ci stiamo allontanando da quegli anni e siamo anestetizzati da quelli odierni.(by MyMovies)

Finalmente il ritorno di un Russel Crowe come lo abbiamo conosciuto nei suoi migliori film... intenso e decisamente calato perfettamente nel personaggio. Mi è piaciuto molto anche il ruole di Rami Malek, che nonostante la sua giovane età è riuscito nella difficile impresa del 'buono' contro il 'cattivo'. Film storico che strizza l'occhio all'aspetto umano con le sue convinzioni, che quando sono errato, portano ad eventi veramente imprevedibili e nefasti.

 

Memories

Regia di Katsuhiro Ôtomo, Kôji Morimoto, Tensai Okamura. Un film Da vedere 1995 Genere Animazione, - Giappone, 1995, durata 113 minuti. Uscita cinema lunedì 12 gennaio 2026 distribuito da Adler Entertainment. - MYmonetro 3,50 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Katsuhiro Otomo sceglie tre delle sue storie brevi dalla raccolta "Memorie" (pubblicata nel 1982) e le adatta per il grande schermo. Memories, che ha compiuto 30 anni nel 2025, è un film animato a episodi, ovvero: Magnetic Rose (scritto insieme a un altro genio dell'animazione giapponese, Satoshi Kon), Stink Bomb e Cannon Fodder. Nel primo l'astronave Corona intercetta un segnale di soccorso e decide di intervenire. L'equipaggio arriva a una gigantesca stazione spaziale: una volta dentro, si scopre che è arredata come un palazzo nobile europeo, dimora di una cantante d'opera, Eva Friedel, vissuta molti anni prima. Nel secondo un tecnico di laboratorio, Nobuo Tanaka, diffonde involontariamente un'arma biologica. Nel terzo Otomo immagina una realtà in cui ogni attività è legata alla guerra verso un nemico non ben identificato.

Il maestro Katsuhiro Otomo, autore di Akira, 30 anni fa, tra armi batteriologiche e fantasie steampunk, ha predetto il futuro.

Distribuito in Italia negli anni '90 direttamente in home video, Memories arriva sul grande schermo grazie a Dynit e Adler Entertainment per la collana Animagine. Prodotto da Bandai Visual e animato dagli studi Madhouse e Studio 4°C, è l'occasione per godere dell'inesauribile immaginazione di un maestro dell'animazione come Katsuhiro Otomo, autore del capolavoro Akira.

Apparentemente slegati tra loro, i tre episodi che compongono il film hanno due cose in comune: la fusione tra sensi e memoria e la tendenza autodistruttiva del genere umano. In Magnetic Rose il passato della misteriosa cantante Eva Friedel si fonde con quello dei due ingegneri che salgono a bordo della stazione spaziale per salvarla. A metà tra 2001: Odissea nello spazio e Solaris (citati esplicitamente in più occasioni), questa space opera (l'aria "Un bel dì vedremo" della Madama Butterfly di Puccini viene usata come filo conduttore, diventando quasi un canto sinistro) mostra come le immagini possano mentire. Vivere nella nostalgia di un passato che non può tornare è uno dei più grandi inganni che la nostra mente possa farci.

In Stink Bomb invece il tecnico di laboratorio Nobuo Tanaka, per errore, prende un farmaco che in realtà è un'arma batteriologica: il suo corpo comincia a produrre un gas che uccide gli esseri umani attorno a lui, mentre fa fiorire le piante. A un certo punto qualcuno dirà: "È un autentico inferno in fiore": più ciliegi e girasoli sbocciano, più persone muoio. Il tono è quello della commedia grottesca, in cui si fa ironia anche sul rapporto delicato tra Giappone e Stati Uniti. Per uno scherzo beffardo del destino, sembra aver anticipato di anni la pandemia di COVID-19 del 2020. O forse è esattamente questo che fanno i grandi artisti: sanno vedere qualcosa che altri non riescono nemmeno a immaginare, finendo per prevedere il futuro.

Infine in Cannon Fodder, anche diretto dallo stesso Otomo, il suono martellante dei cannoni immagina una realtà fatta di polvere da sparo e metallo, in cui i bambini, fin da piccolissimi, vengono educati all'arte della guerra. "Spara, spara sempre, spara per la patria" viene detto in continuazione. Questo è il segmento in cui, anche visivamente, si sperimenta di più: lo stile di disegno diventa sempre più grezzo, finendo per fondersi con le figure scarabocchiate su carta dal giovanissimo protagonista.

Vista, olfatto, udito: tre sensi che dovrebbero farci comprendere meglio la realtà e invece possono essere facilmente manipolati. L'autore, già 30 anni fa, ha immaginato un futuro sempre più disumano, in cui la tecnologia ha preso il sopravvento. Nel 2025 Memories non soltanto è ancora un tesoro del cinema d'animazione, ma, tristemente, una fotografia perfetta del nostro presente. (by MyMovies)

Nonostante ami i film di animazione, questo film a episodi non mi ha convinto del tutto, troppo particolare per i miei gusti, amo le storie più veritiere, quelle che eventualmente ti fanno anche piangere per raccontano episodi drammatici e commoventi.

 

Avatar Fuoco e Cenere

Regia di James Cameron. Un film Da vedere 2025 con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Oona Chaplin. Cast completo Titolo originale: Avatar: Fire and Ash. Genere Azione, Avventura, Drammatico, - USA, 2025, durata 195 minuti. Uscita cinema mercoledì 17 dicembre 2025 distribuito da Walt Disney.

Jake Sully e Neytiri stanno elaborando, ognuno a modo proprio, il lutto del figlio Neteyam. Jake allena se stesso e i figli a combattere, mentre Neytiri affronta un intenso periodo di lutto. Entrambi sono però convinti che Spider, il ragazzo umano adottato, debba tornare alla base clandestina dove vivono gli altri alleati umani dei Na'vi e dove si trovano container in cui può fare a meno della maschera. Nel viaggio verso la vecchia base, i Sully e la tribù nomade dei Windriders vengono attaccati dal feroce clan vulcanico dei Mangkwan, guidato dalla terribile Varang. Allo stesso tempo Quaritch cerca di catturare Sully, ma quando Kiri compie un miracolo, permettendo a Spider di respirare l'aria di Pandora, tutto cambia.

Ora il ragazzo è prezioso fino al punto da essere inestimabile, ma allo stesso tempo costituisce anche un terribile pericolo per i Na'vi: se gli umani potessero vivere su Pandora senza supporto senz'altro arriverebbero in massa per colonizzarla. Quaritch inoltre arma i Mangkwan con fucili automatici ed esplosivi, rendendoli terribilmente pericolosi per gli altri Na'vi.

Avatar - Fuoco e cenere conclude il dittico sequel di Avatar, inizialmente progettato da Cameron come un unico film. Lo spettacolo non manca, ma risulta ripetitivo.

Seppure ci siano interessanti novità, come il nuovo ruolo di Spider e soprattutto l'introduzione di una tribù che si allea agli umani, alla fine non si sfugge alle grandi battaglie tra Na'vi a cavallo di animali acquatici o aerei, armati di archi e lance, e umani con droni, esoscheletri e navi da guerra. Tutta una sottotrama è poi dedicata al tentativo del Tulkun Payakan, il cetaceo che aveva combattuto con i Na'vi nello scorso film, di convincere la sua pacifica specie a lottare. Ancora una volta risulta kitsch che questi cetacei comunichino con naturalezza con i Na'vi e soprattutto che la loro leader sia agghindata con piercing alle sopracciglia, che è impossibile immaginare siano stati prodotti dalla sua cultura, priva di pollici opponibili e pure di utensili.

Quando i Tulkun entrano in scena, il film si sposta in un territorio molto più vicino al fantasy che non alla fantascienza, del resto come già dicevamo nella trama è anche un capitolo dove si compiono miracoli. È sempre più chiaro il ruolo di eletta di Kiri, la figlia di Grace, il personaggio di Sigourney Weaver, nata dopo la sua morte e apparentemente senza padre. Kiri ha un contatto speciale con Eywa, la divinità dei Na'vi e spirito guida delle creature di Pandora.

Eiwa però è, per la prima volta, anche una divinità assente, che ha lasciato indietro i suoi figli delle regioni vulcaniche. Varang infatti dice che sono stati abbandonati a catastrofi naturali e per questo non crede in lei e ha sviluppato un tale rancore da portarla a preferire gli umani ai suoi simili. Nella sua figura si trova un'idea interessante, quella di raccontare l'effetto di armare i nemici dei propri nemici, rispecchiando l'aberrante comportamento dei colonizzatori e di chi combatte guerre sporche in paesi lontani, anche finendo per creare mostri - come notoriamente accaduto in Afghanistan.

Purtroppo questo punto non è davvero tematizzato e rimane un'eco della nostra Storia, leggibile solo a chi già la conosce, tanto più che qui non si tratta di una diabolica strategia dei vertici militari, quanto di un piano individuale del villain Quaritch, che il generale Frances Ardmore non vede di buon occhio. Anche sul fronte delle forze armate privatizzate il film perde dei colpi: se nel primo capitolo a comando di tutto c'era un manager della compagnia mineraria RDA, Selfridge, ora il suo potere è ridotto senza che sia stato sostituito. Una cosa bizzarra, perché non è così che funzionano le multinazionali e soprattutto perché a questo punto gli uomini della RDA sembrano più un esercito ufficiale anziché una società di contractor mercenari.

L'unico a essere spregiudicato quanto Quaritch è il baleniere che ha perso un braccio nel film precedente, Mick Scoresby, intenzionato a sterminare i Tulkun, quasi volesse vendicarsi della ferita subita come un novello capitano Achab. Né il personaggio, né l'attore, hanno però la statura necessaria e sono anzi ridotti quasi al livello di una caricatura.

Avatar: Fuoco e cenere dà del suo meglio sul fronte dell'azione, dove gli scontri si susseguono quasi costantemente, e dove si rende davvero giustizia al sottotitolo: la quantità di esplosioni e cose che bruciano è impressionante e il fuoco digitale non era mai stato così vivido e iperdefinito come in questo film. Ricordiamo infatti che Cameron si è avvalso, per alcune scene, di girato con un elevato numero di fotogrammi al secondo, che aumentano enormemente la definizione delle scene e la fluidità dei movimenti di macchina, con il rischio di creare un realismo eccessivo che può far risultare povero un set. Ma non è certo il caso dei sontuosi set virtuali di Avatar, lussureggianti nella natura quanto ricchi di movimenti di massa nelle scene di guerra. Peccato che le grandi battaglie, sempre girate con perfetta geometria da Cameron, siano tematicamente ognuna la fotocopia sbiadita della precedente.

Sebbene l'intento ecologista del regista sia nobile e di certo il suo mondo in fiamme abbia qualcosa da dire sul presente del nostro pianeta, sarebbe stato meglio che Avatar - La via dell'acqua e Avatar - Fuoco e cenere fossero rimasti un film solo, per sciogliere più agilmente un intreccio non così ispirato e anticipare le novità promesse dal prossimo capitolo. D'altra parte è possibilissimo che il botteghino dia, ancora una volta, ragione a James Cameron. (by MyMovies.it)

Sebbene la storia in se sia un po' deboluccia, Avatar rimane comunque un evento imperdibile per gli amanti dei film spettacolari da vedere assolutamente al cinema, che si scelga il 3D o, come abbiamo fatto noi, il Dolby Surround. Il mondo iper-colorato di Avatar rimane comunque uno dei più spettacolari, che si tratti di foresta, cielo o acqua, la cura dei dettagli e sempre sorprendente.

lunedì 3 novembre 2025

Dracula - l'amore perduto

Regia di Luc Besson. Un film Da vedere 2025 con Caleb Landry Jones, Christoph Waltz, Zoë Bleu Sidel, Guillaume De Tonquedec. Cast completo Titolo originale: DRACULA: A LOVE TALE. Genere Fantasy, Horror, - Francia, 2025, durata 129 minuti. Uscita cinema mercoledì 29 ottobre 2025 distribuito da Lucky Red. 

Transilvania, XV secolo. Il principe Vladimir, dopo la perdita improvvisa della moglie, rinnega Dio, ereditando così una maledizione eterna: diventare un vampiro. Condannato a vagare nei secoli, sfida il destino e la morte stessa, guidato da un'unica speranza: ritrovare l'amore perduto.

È quasi incredibile la portata del mito di Dracula che solo quest'anno ha prodotto tre film, oltre a quello seriosissimo di Robert Eggers, c'è il gioco scherzoso di Radu Jude e ora il circo sfavillante di Luc Besson.

Al centro sempre lo stesso romanzo di Bram Stoker capace di sedurre, tra gli altri, Browning, Dreyer, Murnau, Herzog, Badham, Morrissey, Argento e Coppola. Proprio a quest'ultimo, filologicamente intitolato Dracula di Bram Stoker, sembra apertamente guardare Luc Besson. Con lui condivide la disperata vitalità del personaggio del conte Dracula capace di attendere 400 anni per rivedere l'unica donna che ama (come biasimarlo visto che è Zoë Bleu a interpretare Elisabeta/Mina?). Su questo fulcro narrativo che dà il titolo al film, in parte alla versione italiana (Dracula - L'amore perduto) e totalmente a quella internazionale (Dracula: A Love Tale), il regista fa girare (e Danny Elfman musica simpaticamente) il suo caleidoscopio di colori, di costumi, di scenografie così eccessivi da diventare kitsch mentre invece sono l'unico modo che Besson conosce per rapportarsi al pubblico.

Besson gira un fantasy senza ricorrere a tutti gli elementi fantastici del romanzo che fa trasformare il suo protagonista a volte in un pipistrello o in un licantropo o in nebbia. Qui invece è l'utilizzo del profumo (elemento sempre pericoloso come sappiamo bene da Profumo - Storia di un assassino d Tom Tykwer) a diventare il lasciapassare temporale di Nosferatu. Ma forse il vero riferimento, almeno nella prima lunga parte del film, è a Per favore, non mordermi sul collo! di Roman Polanski per l'aspetto ironico, ai limiti del demenziale, con cui il regista dissacra il mostro sacro qui molto umano e poco interessato al morso.

Besson scambia la Parigi della Belle Époque con Londra, anima i gargoyle con una CGI che sembra copiare le caramelle gommose, dà un ruolo centrale al prete esorcista interpretato da Christoph Waltz (che purtroppo fa, ancora una volta, Christoph Waltz), s'inventa il personaggio di Maria con Matilda De Angelis dalla lingua vorticosa - più catvampire o più Carmilla? - per distanziarla plasticamente dal tradizionale personaggio di Rendflield e, soprattutto, concede al suo nuovo attore feticcio, Caleb Landry Jones, la possibilità di avvicinarsi all'inarrivabile Gary Oldman di Coppola con quell'ambiguità attoriale che ti può sorprendere, sconvolgendoti, da un momento all'altro.

Ma qui di sorprese, alla fine, ce ne sono poche. Ricapitolando, c'è la commedia quasi demenziale, c'è il film in costume con deriva quasi musical, c'è il meló quasi strappalacrime ma - ohibò! - a mancare quasi del tutto è proprio l'horror. Besson depotenzia consapevolmente questo aspetto non certo secondario nella storia delle rappresentazioni di Nosferatu. Ma lo fa con un senso dello spettacolo sempre alto e vorticoso che però ti fa sorgere spontanea ogni volta quella domandina un po' retorica: ma non sarà che tutto questo guazzabuglio è solo, ancora una volta, un mezzo di distrazione della mdp da un certo vuoto pneumatico? (by MyMovies)

Come ha detto Matilda De Angelis come prima frase, prima della proiezione del film, questo non è un Horror, è una 'favola noir'. Una bellissima favola, con un protagonista di cui, a mio avviso, sentiremo spesso parlare! Già mi aveva impressionato in 'Dog Man', nelle vesti di Dracula è stato stupefacente. La nostra Matilda è risultata molto convincente, ancora una volta si è immersa completamente nel suo personaggio interpretandolo al meglio. Meno convincente, almeno per me, la protagonista femminile, la moglie di Dracula, quella sua delicatezza e sottommissione poco si sposano con la leonessa delle prime scene del film... ma capisco che nel frattempo sono passati 400 anni e la reincarnazione di una persona non può essere identica all'originale, fosse anche per il tempo storico differente.

Voto: 7 

La vita va così

Regia di Riccardo Milani. Un film Da vedere 2025 con Virginia Raffaele, Diego Abatantuono, Aldo Baglio, Giuseppe Ignazio Loi. Cast completo Genere Commedia, - Italia, 2025, durata 118 minuti. Uscita cinema giovedì 23 ottobre 2025 distribuito da PiperFilm, Medusa.

1999. Efisio Mulas vive in una casa sul magnifico mare della Sardegna del Sud, pascolando le sue mucche sulla spiaggia. Sua moglie e sua figlia Francesca si sono trasferite nel paese vicino, Bellesamanna, ma lui non abbandona quella dimora fatiscente che era di suo padre e di suo nonno. E non lo fa nemmeno quando un gruppo immobiliare milanese, che vuole costruire un resort a cinque stelle ecosostenibile proprio lungo quel tratto di costa, gli offre una cifra consistente per andarsene. Gli abitanti di Bellesamanna hanno già ceduto alle lusinghe del gruppo immobiliare, anche perché è stata promessa loro l'assunzione (in ruoli ancillari, naturalmente) nel futuro resort, ma lui ripete che "casa sua non ha prezzo". Dunque l'amministratore delegato del gruppo immobiliare manda sul posto il suo fidato capocantiere, Mariano "il palermitano", per convincere Efisio a cedere. E Francesca si ritrova in mezzo fra la solidarietà verso il padre (e la terra di Sardegna) e l'ostilità della sua comunità.

La vita va così segue una falsariga simile a quella del recente successo di Riccardo Milani Un mondo a parte.

La fotografia di una zona d'Italia isolata (qui letteralmente, trattandosi di un'isola), che deve fare i conti con la necessità di adeguarsi alle esigenze del presente e l'opposta volontà di rimanere fedeli alle proprie radici.

Ultimamente una storia simile a quella di La vita va così (peraltro basato su una vicenda reale) è stata raccontata dal drammatico Anna di Marco Amenta e dal comico-romantico Paradiso in vendita di Luca Barbareschi. Qui la declinazione è prevalentemente di commedia, facendo leva anche su qualche accenno stereotipato (come già in Un mondo a parte), ma si sente un genuino amore per la Sardegna e la sua gente, lo stesso che ha portato il calciatore Gigi Riva (protagonista del bel documentario di Milani Nel nostro cielo un rombo di tuono) a farne la sua terra di adozione.

A Riva Milani, regista e coautore della sceneggiatura con Michele Astori, dedica il suo film, e non sono poche le frecciate agli speculatori edilizi che hanno massacrato la Sardegna, comprando terreni meravigliosi per un pezzo di pane da pastori che non ne sapevano valutare il valore commerciale. Non sappiamo come i sardi accoglieranno il ritratto di una popolazione che "aspetta sempre che venga qualcuno da fuori a risolvere i problemi" e che privilegia le esigenze lavorative (la stessa Francesca fa la receptionist in un resort a 5 stelle) a scapito della tutela del proprio territorio, e a fronte della collocazione permanente in un ruolo subalterno a quel "Nord operoso" che "la ricchezza la porta a casa sua, non a lascia in Sardegna".

Milani è però attento a rappresentare le ragioni di tutti senza svilire la preoccupazione economica dei paesani, e riproducendo un conflitto reale non dissimile da quello che si è creato a Taranto con l'ILVA: se a Taranto la scelta è fra lavoro e salute, qui è fra lavoro e bellezza/tradizione. "Ci hanno messo l'uno contro l'altro", dirà Efisio, che vede le cose con atavica lucidità e saggezza. E la sua determinazione a combattere per oltre un decennio nell'intento di mantenere la proprietà della sua casa e il privilegio di pascolare le mucche su una delle più belle spiagge sarde è l'ennesima lotta di Davide contro Golia.

Virginia Raffaele, esportata da Un mondo a parte, tenta un accento locale ma nelle prime scene ricorda soprattutto Veronica Pivetti, e anche Aldo Baglio nel ruolo di Mariano sembra fuori parte, più che fuori luogo. Per contro Ignazio Giuseppe Loi è centratissimo e irresistibile nei panni granitici di Efisio, e Geppy Cucciari ha un cammeo che davvero sintetizza la dignità delle donne di Sardegna. Il resto del cast è composto da attori e non attori sardi, che compaiono insieme in una scena corale ai titoli di coda, accompagnata dalla musica ostinata e straziante di Moses Concas.

C'è qualche lungaggine di troppo, ma la vicenda è paradigmatica, ed è molto pregnante il tema del tempo che nobilita alcuni e corrompe irrimediabilmente altri, lasciando un'eredità positiva o negativa ai figli (cioè al futuro). Milani veicola bene il desiderio di tutti di "rientrare a casa", e la consapevolezza che molti, la propria "casa", l'hanno ceduta al miglior offerente per poi rimpiangerla per sempre.(by MyMovies)

Nonostante non sia un'amante dei film italiani, questo regista ultimamemte tratta argomenti molto seri con la leggerezza di una commedia, rendendo il tutto armonioso e godibile. Io riporto sempre la recensione di MyMovies, ma raramente sono in accordo con chi scrive questi articoli e credo che tutto sommato sia corretto, io non sono un critico cinematografico, tengo traccia delle mie passioni, tra le quali c'è anche il cinema e quello che sento è quello che scrivo nei miei post. Per me questo film è un vero gioiellino, con protagonisti bravi e centrati... 'tutti' per quanto mi riguarda, a partire da Virginia che a mio parere ha interpretato benissimo il ruolo di figlia, perchè stare al fianco di un genitore ostinato ed avere la pazienza di comprendere le motivazioni che lo spingono ad un determinato comportamento non è facile. Aldo come dipendente che cerca fino in fondo di fare il proprio dovere, alla fine rinuncia al lavoro perchè capisce da che parte è giusto stare, e questo è un atto di coraggio! Abatantuono, nel suo cinismo da imprenditore senza scrupoli ha fatto tutte le mosse che il potere dei soldi poteva fare e nelle parole dure ma vere che gli rivolge la figlia si percepisce quanto sia semplice a volte pensare che chi ha il denaro è nella posizione di comprare quasiasi cosa! Per ultimo ho lasciato il protagonista indiscusso di questo film, il pastore Efisio che con la sua dignità è stato sempre fedele al suo pensiero, senza farsi comprare da niente e da nessuno... chi di noi avrebbe il coraggio di rifiutare tutti quei soldi? eppure quella era la sua casa, la sua vita e con tutti quei soldi, un altro posto uguale comunque non lo avrebbe trovato perchè la propria casa è senza prezzo...

Voto: 10 

 

After the hunt - dopo la caccia

Regia di Luca Guadagnino. Un film Da vedere 2025 con Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield, Michael Stuhlbarg, Chloë Sevigny. Cast completo Titolo originale: After the Hunt. Genere Thriller, Drammatico, - USA, Italia, 2025, durata 139 minuti. Uscita cinema giovedì 16 ottobre 2025 distribuito da Eagle Pictures.

Alma Himoff insegna Filosofia all'università di Yale, dove sta per ottenere la tanto attesa cattedra. È stimata da tutti, in particolare l'assistente Hank e la dottoranda Maggie, che si contendono le sue attenzioni lanciandosi reciproche frecciatine: il quarantenne Hank definisce la ventenne Maggie rigida come tutta la sua generazione, e la ragazza lo invita a non... generalizzare. Ogni tanto Alma si piega in due dal dolore, ma non ne fa cenno al marito Frederick, che la accudisce amorevolmente ma la definisce impenetrabile, per non dire insensibile. Quando Maggie si presenta a casa della professoressa raccontandole di essere stata molestata da Hank, Alma si trova fra due fuochi; da un lato l'empatia verso la studentessa e la propria nomea di paladina delle donne, dall'altro la volontà di concedere al suo assistente il beneficio del dubbio. Un metronomo ticchetta, marcando l'imminenza karmica dei destini di questo pugno di esseri umani nell'era del #metoo e della political correctness.

Luca Guadagnino, da sempre attento alle leggi del desiderio, racconta attraverso la sceneggiatura di After the Hunt (firmata dalla giovane autrice Nora Garrett) un mondo in cui "nessuno è più libero di seguire i propri impulsi senza paura di essere rimproverato".

Un universo spietato scisso draconianamente fra opposti, nella radicalizzazione binaria della società contemporanea - libertà di azione e responsabilità pubblica e privata; pluralità di informazioni e superficialità culturale; giustizia riparativa e vendetta; correttezza e legittimità. Il clima nelle università americane messo in mostra da Guadagnino è un campo minato in cui ognuno rischia di mettere il piede in fallo dicendo la cosa sbagliata o adottando un comportamento discutibile.

L'ambiguità è la cifra del cinema di Guadagnino, e caratterizza tanto questa storia quando ognuno dei suoi personaggi. Così Alma appare integerrima ma ha un segreto da nascondere; Maggie è fragile ma anche invadente e manipolatrice (il che non rende di per sé la sua testimonianza meno valida); Hank è arrogante ma si atteggia anche a vittima in quanto maschio bianco etero e cisgender; e Frederick è accuditivo ma anche passivo-aggressivo nei confronti della moglie.

Tutti camminano sulle uova, eppure tutti sembrano ignorare le ovvie conseguenze dei propri atti impulsivi, si direbbe commessi apposta per rompere la superficie di correttezza imposta dalla contemporaneità, seguendo una compulsione interiore a farsi beccare in castagna. E Guadagnino accende coraggiosamente un riflettore su un argomento scomodo e divisivo accettando di mostrarne le ombre.

I personaggi di After the Hunt si muovono sul crinale incerto fra verità e percezione, tutti si sentono a disagio nell'epoca in cui si pensa che essere mantenuti a proprio agio sia un diritto, e in cui i più giovani rifiutano di ingoiare rospi come facevano le generazioni precedenti (dimostrando spesso più carattere).

Guadagnino non si sbilancia mai nel definire ciò che è giusto e ciò che non lo è, non rivela nemmeno ciò che è vero, falso o semplicemente verosimile, lasciandoci con tante domande e ben poche risposte. Il regista gestisce ancora con un certo impaccio questa materia incandescente e rischia l'eccessiva verbosità, ma non si tira indietro dal buttarcisi in tempo reale. E quel che appare chiaro è che una società "costruita su classificazioni esatte" non è la sua idea di paradiso. Julia Roberts nei panni di Alma Imhoff si muove con decrescente sicumera attraverso una casa piena di ombre, ma è Ayo Edebiri (Maggie) ad incarnare al meglio l'enigmaticità cara al regista. Ad Andrew Garfield tocca il ruolo un po' urticante di Hank, che si ribella alla perdita di quel privilegio atavico a lui negato dalla modernità. I dialoghi fra loro sono match di stoccate reciproche, sottolineati da musiche (sempre del duo Trent Reznor & Atticus Ross) a volte hitchcokiane, a volte semplicemente discordanti, a sottolineare la cacofonia fra le opposte visioni della realtà contemporanee.

Più che un racconto morale, After the Hunt
è una stesa di carte che invita gli spettatori a prendere in mano quelle per loro più rilevanti, non necessariamente scegliendo da che parte stare. E scansa (di misura) il pericolo di delegittimare le donne che denunciano un abuso richiamando gli uomini alla presa in carico dei loro comportamenti aggressivi e della disparità nella loro posizione di potere. (by MyMovies)

Cosa dire di questo film? forse non l'ho capito fino in fondo, e non perchè l'ho visto in lingua originale, ma perchè ha voluto parlare di un aspetto molto spinosa della nostra convivenza sociale, dove le azioni e le parole sono molto importanti, al punto che la realtà non risulta pienamente comprensibile. Non mi è piaciuto nemmeno come è stato girato questo film, troppo lento per i miei gusti...

Voto: 5 

 

La tomba delle lucciole

Regia di Isao Takahata. Un film Da vedere 1988 con Tsutomu Tatsumi, Ayano Shiraishi, Yoshiko Shinohara, Akemi Yamaguchi, Corrado Conforti. Cast completo Titolo originale: Hotaru no haka. Genere Animazione, - Giappone, 1988, durata 90 minuti.

Kobe, 1945. Seita e la piccola Setsuko vivono con la madre, mentre il Giappone sta perdendo la guerra e gli americani bombardano sempre più frequentemente l'isola. Durante un raid aereo il napalm devasta il loro quartiere e la madre dei ragazzi soccombe. I due trovano rifugio presso la zia paterna, ma ben presto le risorse limitate hanno la meglio sullo spirito di misericordia di quest'ultima. Seita sceglie di andarsene e porta con sé Setsuko in un rifugio abbandonato, che trasforma in una rudimentale nuova dimora. Ma nonostante la guerra stia per finire, la s carsità di cibo a disposizione si fa sempre più grave.

Alla fine degli anni Ottanta lo Studio Ghibli, all'apice creativo, vede i suoi due autori principali cimentarsi con opere destinate a rimanere impresse in maniera indelebile nella memoria del pubblico.

Proprio quando Miyazaki Hayao sta lavorando alla più gioiosa e genuinamente infantile tra le storie Ghibli, Il mio vicino Totoro, Takahata Isao realizza l'opera più tragica dell'epopea dello Studio, se non del cinema di animazione nel suo complesso.

Adattando il romanzo semi-autobiografico di Nosaka Akiyuki, autore distrutto dal senso di colpa per aver perso la sorella minore nel Giappone del 1945, Takahata, con enorme coraggio, rigore e sobrietà, trasforma quella vicenda in un film di animazione. Il conflitto che si genera tra la naïveté con cui sono ritratti i personaggi - occhi smisuratamente grandi e bocche dall'estensione impossibile, come è tipico negli anime giapponesi - e il crudo realismo della narrazione è solo uno degli elementi che rendono unico La tomba delle lucciole.

La grazia propria dello Studio Ghibli nel ritrarre i gesti infantili e i giochi di due fratelli, immortalati nella loro preziosa innocenza, contrasta violentemente con la tragedia che li circonda. Che è tale, ancor più che per la guerra e la sua devastazione, per l'impatto di questa sull'animo umano: la società che affronta i bombardamenti americani e la lenta ricostruzione successiva ha smarrito ogni residuo di pietà e di altruismo, in una squallida logica di cane-mangia-cane che non si ferma nemmeno di fronte a due orfani abbandonati. Takahata trova il modo, attraverso l'animazione, di resuscitare gli spettri che furono del neorealismo italiano, elevando il suo grido di dolore inascoltato.

La scelta di rendere palese immediatamente la sorte del protagonista elimina la possibilità di un ottimistico riscatto e riduce ogni speranza al minimo. Il pubblico è quindi preparato al peggio, ma questo non rende meno straziante il viaggio a ritroso e la riflessione su quel che avrebbe potuto essere, acuita da un epilogo in cui gli spettri di Seita e Setsuko guardano la metropoli: è proprio in questa scena che emerge l'atto d'accusa di Takahata verso un Giappone che ha costruito la propria nuova ricchezza anche su ingiustizie come quella che ha privato i due ragazzi della loro infanzia prima, e della loro vita poi. La crudezza di scene come quella in cui Seita assiste alla cremazione della madre, ricoperta di bende e divorata dai vermi, seguita dalla lenta - la pazienza con cui Takahata mette in scena il dolore, come in una tortura medievale, lo rende ancor più insostenibile - discesa verso l'inevitabile, fa di La tomba delle lucciole una visione forse poco adatta a dei bambini, contrariamente a quanto comunemente inteso per il cinema di animazione.

L'intento educativo del romanzo di Nosaka e del film di Takahata - ovvero di imparare dagli errori commessi da Seita per orgoglio e incapacità di accettare una nuova, orribile, realtà - quasi sparisce di fronte all'impetuoso effluvio di lacrime per una situazione a cui si può solo assistere come spettatori impotenti. Tutto è già successo, tutto è trapassato, in un'opera esemplare tanto come manifesto contro la guerra - sullo stile di Ichikawa Kon - che come lezione morale sulla natura umana. Uno struggente capolavoro, destinato a lavorare internamen te e a lungo nello spettatore, accompagnandolo nella vita come un ricordo doloroso, come un monito tanto crudele quanto prezioso. (by MyMovies)

Amo i film di animazione e questo è stato molto bello, ma immensamente triste!!! Una ingiustizia profonda pervade tutto il film, una rabbia sale nell'animo dello spettatore che, pur comprendendo la veridicità della storia raccontata, vorrebbe che le cose fossero andate diversamente, che quei due ragazzini alla fine fossero sopravvissuti a quella situazione così avversa. La piccolina è un concentrato di vita ed amore nei confronti del mondo che la circonda che ha come punto di riferimento il suo coraggioso fratellone. Mentre quest'ultimo ha provato fino alla fine a non darla vinta alla vita che li voleva annientare, ma tutto era più grande di lui ed alla fine ha dovuto soccombere.. La vita va così, direbbero i cinici... è sicuramente vero, ma i bambini andrebbero sempre e comunque protetti, anche in situazioni così tragiche!

Voto: 7 

 

Downtown Abbey - il gran finale

Regia di Simon Curtis. Un film Da vedere 2025 con Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery, Paul Giamatti, Elizabeth McGovern. Cast completo Genere Commedia, - Gran Bretagna, USA, 2025, durata 123 minuti. Uscita cinema giovedì 11 settembre 2025 distribuito da Universal Pictures.

Al loro ritorno dalla stagione londinese a Downton Abbey, i Crowley dovranno affrontare una serie di "cambi della guardia": il maggiordomo Carson passerà le consegne a Parker, mentre la fidanzata di Parker, Daisy Mason, prenderà il posto della cuoca Mrs. Patmore. Ma mentre la transizione fra Daisy e Mrs. Patmore è armoniosa, quella fra Carson e Parker è problematica perché il primo rifiuta di abbandonare il ruolo con il quale ha retto Downton Abbey per decenni. In realtà il passaggio di autorità più delicato rischia di essere quello fra Robert Crawley e sua figlia Mary, pronta a prendere le redini della sontuosa proprietà nello Yorkshire, ma ostacolata da un padre fieramente tradizionalista (benché spalleggiata dalla madre americana Cora), e funestata dall'ostracismo della comunità aristocratica perché ha appena divorziato dal marito, diventando pietra dello scandalo e "paria sociale".

Inoltre il fratello di Lady Cora, Harold, ha sperperato quasi tutto il patrimonio di famiglia, e Sir Robert rischia di dover vendere l'amata Grantham House. Su tutti aleggia il fantasma della matriarca Violet Crawley, la cui morte nel film precedente ha anticipato di poco quella reale della sua interprete, Dame Maggie Smith.

La parola chiave in questo terzo episodio cinematografico della serie Downton Abbey è "cambiamento": tutto si sta modificando nella vita degli abitanti del maniero, e anche i confini fra quei "piani alti e sottoscala" che ha costituito l'ossatura narrativa non solo di questa serie, ma appunto della celebre Upstairs Downstairs del 1971 e del film Gosford Park di Robert Altman, sono diventati permeabili.

Si avviano verso una necessaria accettazione sociale il divorzio di Mary (tanto, come verrà detto, c'è il precedente di Enrico VIII, e il seguito del matrimonio fra Edoardo VIII e la divorcèe Wallis Simpson), l'omosessualità di Thomas Barrow e della star del teatro Guy Dexter; l'americanità nel contesto aristocratico inglese, di cui è stata pioniera Cora Crawley; l'affrancamento dalla servitù di alcuni, spesso attraverso l'arte (vedi lo sceneggiatore Molesley).

"Bisogna cambiare tutto affinché non cambi nulla", scriveva Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo", e in effetti questi passaggi di ruolo non mettono comunque in questione l'ingiustizia sociale alla base della differenza fra padroni e servitù, anzi, la solidarietà e l'affetto reciproco perpetuano le disparità, con buona pace di tutti, compreso l'ex rivoluzionario Tom Branson. Il gesto simbolico finale di elevare al salotto buono Barrow sarà dovuto al suo legame con Dexter, così come l'ingresso nell'aristocrazia britannica di Cora Crowley era dovuto alla magnanimità del marito Robert, non ad un'effettiva apertura dell'aristocrazia verso i "commoner". "Per fortuna Lady Violet non ha dovuto vedere tutto questo", verrà ripetuto ogni volta che qualche cambiamento in scena rischia di modificare l'ordine di potere costituito, del quale il principale custode ai piani bassi resta il granitico Carson.

Di fatto Downton Abbey - Il Gran Finale riposa su una comfort zone consolidata nel tempo, e lavora a collegare tutti i fili appianando ogni asperità, in un happy ending globale che tradisce un po' la complessità passata della serie, ma che farà la gioia dei fan di tutti i personaggi della serie (c'è anche un'apparizione finale di alcuni amati fantasmi). La vera protagonista si conferma la proprietà di Downton Abbey, tanto è vero che "il mattone", non solo come bene-rifugio ma anche come centro della continuità famigliare e dinastica, rende la possibile vendita della Grantham House non un mero passaggio di proprietà, ma di ruolo e potere per il capofamiglia Robert Crawley. Fra le guest star ci sono Paul Giamatti nei panni di Harold, il fratello di Cora, Alessandro Nivola in quelli di un giocatore di Borsa, la star di Broadway Arty Froushan nel ruolo del drammaturgo Noel Coward e Joely Richardson in quello di Lady Petersfield.

Downton Abbey - Il Gran Finale resta una favola dai toni caramellati, imbevuta di nostalgia per i balli di società, i begli abiti da sera e un'etichetta che, rispetto alla volgarità e maleducazione del presente, suscita viscerale nostalgia. Lì "non è ancora come in America" (soprattutto quella di oggi), tutti sanno come comportarsi (e qual è il loro posto assegnato nella società), tutti custodiscono (o spifferano) piccoli e grandi segreti. Come si dice nel film, "la vita è fatta di capitoli" ed "è tempo di andare avanti", ma poiché, come molte storie in questo episodio finale ribadiscono, "è difficile accettare che è ora di farsi da parte", sarebbe possibile una nuova serie incentrata su Lady Mary come paladina di una modernità in cui "le antiche divisioni non abbiano più senso" e sarà cambiata anche la bussola morale basta su "convenzioni che ci rendono vili". Alla fine la vera transizione infatti non è tra Robert Crowley e sua figlia, ma tra Mary e la capostipite Violet, che aveva voluto (e saputo) forgiare Downton Abbey a sua immagine e somiglianza. (by MyMovies)

Se non avete amato la serie tv... la sciate perdere, non potete capire l'atmosfera che pervade questo film, non potrete emozionarvi nel rivedere i protagonisti un pelo invecchiati... E' stato bellissimo!!! non ho altri aggettivi per descriverlo, mi sono emozionata moltissimo e nel finale mi è scesa persino una lacrimuccia, si è rivelato essere all'altezza delle mie aspettative! Ma non può finire così... no dai... 

Voto: 10 

 

Material love

Regia di Celine Song. Un film con Dakota Johnson, Chris Evans, Pedro Pascal, Zoe Winters, Marin Ireland. Cast completo Titolo originale: Materialists. Genere Commedia, - Finlandia, USA, 2025, durata 116 minuti. Uscita cinema giovedì 4 settembre 2025 distribuito da Eagle Pictures.

New York City, oggi. Lucy è una "combina coppie": il suo lavoro è quello di abbinare fra di loro i single in base a determinati parametri, che hanno a che fare prevalentemente con la condizione socio-economica e l'appetibilità fisica delle due persone coinvolte. Durante la festa di matrimonio di una coppia formata da Lucy la donna rivede John, l'uomo con cui aveva condiviso una grande storia d'amore ma che ha lasciato perché, da attore squattrinato, lui non poteva darle le comodità che lei esigeva - e infatti al matrimonio fa ancora il cameriere.

Nella stessa circostanza, seduta al tavolo dei single, Lucy si imbatte anche in Harry, che secondo i suoi parametri professionali è "un unicorno": super ricco, affascinante, educato, spiritoso e intenzionato ad avere una relazione seria. Da quel momento Lucy sarà divisa fra due uomini che rappresentano per lei anche due possibilità opposte di futuro.

Material Love è l'opera seconda della regista coreano-canadese Celine Song, drammaturga il cui film di esordio, Past Lives, è stato un successo inaspettato e pluripremiato, e che sembra intenta a specializzarsi in triangoli amorosi incentrati su scelte esistenziali, e ambientati in una New York come avamposto socioculturale.

Così come in Past Lives al centro, più che l'amore, c'era la nostalgia per la strada non intrapresa, in Material Love l'amore è meno importante del valore che ognuno dà a se stesso attraverso le proprie scelte sentimentali. Il "dating" viene rappresentato come un mercato in cui si acquista o ci si mette in vendita in base ad una serie di parametri quantificabili: reddito, proprietà immobiliari, ma anche altezza in centimetri, peso in chili, numero di capelli rimasti, età anagrafica, elenco di pretese. Gli incontri che Lucy fissa per i suoi clienti sono in realtà trattative commerciali funzionali a definire il proprio e altrui valore di mercato, che nel 2025, secondo Song, coincide con quello esistenziale.

Lucy diventa così una contabile delle relazioni, ma deve anche improvvisarsi psicologa pronta a consigliare i suoi clienti (soprattutto donne) su quanto possano richiedere e quanto invece debbano accontentarsi, sempre in termini di percentuali quantificabili. Song ci presenta la sua protagonista come una vincente impeccabilmente abbigliata, sicura di sé e ammirata dalle colleghe e dai clienti, ma anche come una figurina rigida e triste che attraversa la sua vita con disincanto e una palpabile dose di amarezza. In profondità, ciò che la fa camminare come un burattino è la vergogna che prova per aver impostato le sue scelte personali sul parametro del materialismo spiccio, e averne poi fatto una professione.

Questa impostazione è molto interessante, così come lo sono le tematiche che Song mette sul piatto: niente di nuovo sotto il sole, intendiamoci, e infatti Material Love inizia con un prologo che vede due cavernicoli giurarsi eterno amore (senza parole), ma potrebbe anche mostrare gli stessi due litigare per chi porta a casa la cacciagione. Ma è vero che il tempo presente accentua l'aspetto materialista delle relazioni, e allarga il divario fra chi - soprattutto in una città costosa come New York - privilegia il benessere economico alla crescita personale. Song inquadra spesso i suoi personaggi da una distanza entomologica proprio perché fa di loro le cavie di un esperimento sociologico che riflette la deriva merceologica di una nazione, attualmente incarnata dal suo stesso presidente.

Material Love ha un taglio profondamente conservatore e spesso stereotipato, in primis nel dare per scontato che le clienti di Lucy puntino tutte a sistemarsi con un uomo che le mantenga nel lusso e i clienti alla scopata con una modella ventenne. Qui non siamo ai tempi di Jane Austen, in cui la sopravvivenza di una donna era legata indissolubilmente ad un matrimonio ben riuscito dal punto di vista economico. E non si capisce perché la stessa Lucy, che ha un lavoro ben retribuito, non possa semplicemente scegliersi un uomo che le piace invece che continuare a mirare al miliardario. Questa visione retrograda delle relazioni ha probabilmente una base documentaria, ma è veramente deprimente dal punto di vista della (mancata) evoluzione dei rapporti fra i sessi. "L'amore è facile perché non possiamo farci niente", dice Lucy, che è un po' come smarcarsi dalla sindrome del control freak, ma anche un modo di deresponsabilizzare le proprie scelte adulte.

In realtà il tema davvero interessante e contemporaneo che emerge in filigrana è quello della morte, ripetutamente nominata en passant, come un rimosso freudiano: si parla ripetutamente di obitori e di cadaveri, senza mai creare il collegamento fra certe ossessioni e la paura del proprio trapasso, e di aver trascorso inutilmente il poco tempo a noi concesso. E questo è il modo in cui viene raccontato anche il corpo, non solo femminile, come campo di battaglia, investimento socio economico e oggetto di mortificazione personale, ennesimo parametro di valore di mercato deperibile proprio in funzione del suo inevitabile destino finale.

Altro tema molto attuale è la differenza fra percezione e realtà, fra ciò che crediamo di desiderare e ciò che veramente vogliamo: una dispercezione che, sembra dire Song, è indotta dalla società dell'immagine, in cui ognuno cerca di apparire migliore di quello che è, il che altera artificialmente le aspettative di tutti su ciò che si dovrebbe essere (o almeno sembrare).

Material Love non è riuscito nel modo in cui tratta questi temi, che è confuso, contraddittorio e drammaturgicamente poco efficace, con anche una brusca svolta narrativa su un argomento di cronaca trattato in modo davvero troppo tangenziale, quanto nelle domande che spingerà il pubblico a porsi all'uscita di sala. La sua veste di comedia romantica è ingannevole nella misura in cui la storia, più che d'amore, è di commentario sociale, e sarebbe davvero più convincente se mantenesse fino in fondo il cinismo iniziale della sua protagonista, e dei nostri tempi materialisti. (by MyMovies.it)

Se vogliamo parlare di 'commedia romantica', per quanto mi riguarda, qui c'è stato qualche problema!!! Forse la regista avrebbe dovuto farsi una 'maratona' delle vere commedie romantiche, che io adoro e che ho visto tantissime volte, a partire ha 'Harry ti presento Sally', fino ad arrivare a 'C'è posta per te' e ne ho citati solo due con la meravigliosa Meg Ryan, quando ce ne sarebbero almento altri 20 che potevano aiutarla a comprendere lo stile giusto. Deludente, ecco la parola che mi viene in mente... se questo è il nuovo stile per le commedie romantiche, io rimango a quello vecchio, grazie...

Voto: 5 

 

I Fantastici 4 - Gli inizi

Regia di Matt Shakman. Un film Da vedere 2025 con Pedro Pascal, Vanessa Kirby, Joseph Quinn, Ebon Moss-Bachrach, Ralph Ineson. Cast completo Titolo originale: The Fantastic Four - First Steps. Genere Azione, Avventura, Commedia, Fantascienza, - USA, 2025, durata 115 minuti. Uscita cinema mercoledì 23 luglio 2025 distribuito da Walt Disney.

Reed Richard, sua moglie Sue Storm, il di lei fratello Johnny Storm e l'amico di famiglia Ben Grimm hanno partecipato a una missione spaziale da cui sono tornati trasformati, dotati di sensazionali poteri. Sono divenuti così i Fantastici Quattro e hanno sconfitto i mostri giganti del sottosuolo comandati dall'Uomo Talpa, sventato i piani dello Spettro Rosso e delle sue superscimmie, e scongiurato altre minacce. Eroi celebrati in tutto il pianeta, vivono in una Terra diversa da quella che conosciamo, dove gli anni Sessanta non sembrano essere mai finiti e si sono invece evoluti. Ora però un'incognita turba l'intelligenza di Reed: Sue è infatti incinta e nemmeno lui sa prevedere quali problemi e poteri porterà con se il figlio di due superesseri.

I Fantastici 4 - Gli inizi mette il più intelligente degli eroi Marvel di fronte a due problemi più grandi di lui: la paura profondamente umana di diventare padre e la minaccia persino metafisica del Divoratore di Mondi.

Giunge infatti dallo spazio una figura dalla pelle argentea, che vola su una tavola da surf. Annuncia di essere l'araldo di Galactus e che la Terra ha i giorni contati, perché presto il Divoratore di Mondi verrà a cibarsene. L'umanità non può che guardare ai suoi soli e grandi eroi, ma cosa possono fare contro una forza primaria dell'Universo, guidata da una fame inarrestabile e dotata di un potere smisurato? Persino il suo Araldo sembra da solo assai più capace dei Quattro. La crisi per gli eroi diventerà poi ancora più profonda dopo aver incontrato Galactus, che propone loro un patto inaccettabile.

È a questo punto del film, senza raccontare dettagli, che diviene chiaro come la Terra in cui vivono questi eroi sia diversa dalla nostra. I Quattro, pur avendone ampiamente il tempo, non si preoccupano di gestire la comunicazione della nefasta notizia che riportano dallo spazio, non la nascondono e rispondono con sincerità pur se questo distrugge la loro fama. Sembra una follia, ma questa Terra non segue le regole della nostra nevrotica società della comunicazione, qui gli eroi possono riconquistare la stima del mondo con la speranza e l'onestà e possono persino unire tutte le nazioni del pianeta (tranne la misteriosa Latveria) a contribuire a uno sforzo ingegneristico impressionante e a sopportare grandi sacrifici. Reed Richards promette una via d'uscita, e la Terra lo segue, mentre nella realtà nemmeno la recente pandemia, ha saputo creare una tale coesione di intenti. Per dire quanto siano unici i Fantastici 4 e il loro mondo, basta confrontarlo con la Terra di Superman (non uno qualunque) subito pronta a rinnegarlo nel film omonimo.

Da una parte questo contesto rende i Fantastici Quattro dei supereroi davvero d'altri tempi, figli di un mondo diverso, utopico come la Federazione di Star Trek. Dall'altra l'incognita genetica del figlio è quanto di più profondamente umano si possa immaginare: la paura di Reed è quella di ogni padre, impotente di fronte alla crescita del figlio e ai suoi possibili disturbi. Pedro Pascal riesce a trasmettere tutto questo, ancorando il film a un istinto primordiale di protezione.

Gli altri membri del gruppo non richiedono questo sforzo, perché sono da sempre più umani di Reed: Sue alterna la tenerezza e la furia, mentre il mostruoso Ben esprime malinconia. Sorprende il nuovo spessore dato a Johnny, la testa calda del gruppo che è qui più razionale, affascinato da messaggi alieni che vorrebbe decifrare perché ama lo spazio. È lui a dare senso al cambio di sesso di Silver Surfer che canonicamente sarebbe un uomo, mentre in questo universo alternativo, è una donna: Johnny ne è subito affascinato e cerca di risolverne il mistero.

Tecnicamente il film stupisce per la resa di Galactus, che è tanto buona quanto erano stati deludenti alcuni anni fa i Celestiali (che, come il Divoratore di Mondi, sono creature di Jack Kirby, finalmente omaggiato nei titoli di coda di un Marvel Movie). Ancora di più impressionano i set e costumi e la computer grafica che creano una New York figlia dei sogni della Jet Age, tanto che alcuni edifici paiono usciti da I pronipoti di Hanna & Barbera. Questi infiniti anni Sessanta avrebbero potuto dare luogo a un juke-box di hit del periodo, invece la colonna sonora punta tutto sui temi originali di Michael Giacchino, come fosse davvero un film di quell'era e non la sua rivisitazione post-moderna. Matt Shakman, che già aveva dimostrato intelligenza nel ricostruire il passato iconico della Tv americana in WandaVision, valorizza le scenografie facendo di I Fantastici 4 - Gli inizi un film di grande ricchezza visiva. Peccato la sceneggiatura, pur ambiziosa, non sia altrettanto speciale e anzi segua, in modo fin troppo prevedibile, i tropi del quasi consunto cinema dei supereroi.

Non regalano un ultimo acuto nemmeno le scene sui titoli di coda: quella finale è divertente ma superflua; quella in mezzo ai titoli introduce, come già ampiamente annunciato, il Doctor Doom, deludendo però le aspettative su Robert Downey Jr. Per comprendere la sua interpretazione si dovrà attendere Avengers - Doomsday. (by MyMovies.it)

Sicuramente uno dei film più belli del 2025 e non solo per quelli che amano i super eroi, perchè è un film molto 'umano', con problemi che riguardano la sicurezza della propria famiglia e l'amore incondizionato di una madre verso il proprio figlio. A livello di effetti speciali non c'è nulla da dire, è semplicemente 'fantastico', ma è la storia che narra che mi ha colpito, perchè è destinata a rimanere nella memoria del pubblico, non come tanti film dei super eroi simili l'uno all'altro, a volte, in modo imbarazzante.

Voto: 8